domenica 28 settembre 2014

Di personal librai, planetari, Beatles, sedute spiritiche e tanto altro... PRIMA PARTE

Procediamo con ordine.

La mia assenza dal blog poteva significare due cose:
1) pirati (ma, ahimè, no)
2) sono stata troppo occupata a fare... cose, e adesso mi trovo nella spiacevole situazione di dover riassumere tutto senza che questo post diventi lungo come la fabbrica del Duomo.

Giovedì 25/09 è stato un giorno tranquillo. Mi sono alzata con molta calma, ho sentito casa, e poi sono andata all'evento "Soy tu librero" del FILBA.

L'occasione è stata un po' rovinata dalla pioggia, anche se si svolgeva al chiuso, nella libreria Eterna Cadencia. 




Due scrittori erano stati invitati a consigliare dei libri agli avventori del locale. L'idea era molto carina e in effetti lo svolgimento della cosa (oggi l'italiano sciopera, Chardoney moi) mi è davvero piaciuto.

Mi sono fermata a parlare con lo scrittore Maximiliano Barrientos, boliviano, che mi ha consigliato parecchi autori contemporanei del genere latino-fantastico e alcuni maestri del racconto. Alla fine ho comprato uno dei suoi libri, un'antologia di racconti e una di poesie.

Ho bevuto un caffè - offertomi, non potevo rifiutare -, da Julio Carrasco del colectivo Casagrande, al quale avevo scritto per dirgli che sarei passata da Santiago e che mi sarebbe piaciuto partecipare a qualsiasi evento proposto dal colectivo. Una persona incantevole, anche se con la testa un po' per aria e un po' sommersa dai troppi impegni.

Sono tornata a casa abbastanza presto, e ho finalmente iniziato a lavorare a un racconto al quale pensavo già da un po' (e mi sono imposta di non cazzeggiare sul blog, ergo il primo giorno di assenza).

Venerdì 26/09 è stata una giornata incredibile! Ho pranzato in un restaurante eccezionale, Lo Rafael, una padellata di gnocchi ai tre formaggi che bastava per l'intera famiglia Malacarne.

Poi sono andata al planetario, dove sapevo che si sarebbe svolto un evento fichissimo: i Beatles sotto le stelle! Ovvero, la tribute band officiale Argentina dei Beatles, la 4 Beatle Band, che suonava sotto la volta animata del planetario.



Sapevo che i biglietti (gratis) erano limitati a solo 250 posti, e che iniziavano a distribuirli alle 6. Io mi sono presentata molto anticipo (verso le quattro), perché volevo farmi un giro nel parco che circonda il planetario. Alle quattro, c'erano già sessanta persone in fila, così mi sono messa buona buona con il mio pc a continuare il mio racconto mentre si aspettavano le fatidiche 18. 

Alle sei, più di quattrocento persone si erano messe in fila, alcune non sapendo della limitata disponibilità. Quando hanno annunciato che i biglietti erano finiti, è scoppiato un putiferio! Gente che minacciava di scrivere al sindaco, chi spingeva per entrare a gomitate... un devasto.

Delle bambine di otto anni si sono messe a cantare a squarciagola JJJJJELP! AI NID SAAAMAANE! JJJJEEEELP NOT GIAST ENIMAAANEEE e altre versioni 'interessanti' dei classici beatlesiani.

Alla fine, dopo i parecchi tumulti, noi 250 - invidiati e maledetti dal resto del mondo - siamo entrati per goderci lo spettacolo. Il palco era rotondo, per cui i musicisti si davano la schiena... dev'essere stato davvero difficile per loro suonare anche perché, come si può immaginare... erano al buio la maggior parte del tempo!

Ero seduta in prima fila, e i sedili erano reclinatissimi, quasi da sdraiati. Nel posto alla mia sinistra chi era seduto? Il fonico, ovviamente! Acustica e visuale meravigliosa!!!



Purtroppo non si vede quasi niente dalle foto, ma lo spettacolo è stato davvero emozionante. Across the universe è stata meravigliosa, con la volta animata di costellazioni, nebulose, note musicali (un po' kitsch, a volte, ma chi non ama il kitsch):



Lucy in the Sky with Diamonds è stata incredibile: animazioni psichedeliche a tutto spiano e a 360 gradi... immagino che invidia avrà avuto John Lennon mentre ci guardava da oltre la volta celeste... E così anche Because, che personalmente amo tantissimo per le tante armonie.

Altre al posto di avere stelle o psichedelie affini, erano accompagnate da filmati d'epoca oppure foto warhol-izzate dei quattro scarrafoni.

Alla fine, dopo un'ora di esperienza mistica sotto le stelle, si sono accese le luci e abbiamo ballato Twist and Shout e Can't buy me love. Un evento indimenticabile!





A presto la seconda parte di questo post, dove racconterò di come sono finita dentro una vera seduta spiritica!



mercoledì 24 settembre 2014

Il senso dell'umorismo dei poeti

[Disclaimer: las fotos de las intervenciones poéticas del colectivo Casagrande pertenecen al sitio web www.loscasagrande.org]

Questa mattina ho assistito alla conferenza "Estallar la palabra" che apriva il FILBA (il festival della letteratura) tenuta dal Colectivo Casagrande, un gruppo di "intervento poetico" che ricorda molto la Art Kitchen (e Ivan, oh Ivan) dei Navigli. La conferenza si teneva al Museo del libro y de la lengua:



Il colectivo Casagrande, cileno, è un gruppo di quattro poeti e compagni di band (nonché ingegneri) che si formò negli anni Novanta all'università di Santiago del Cile. Si inizia con una band (Los Muebles, losmuebles.cl) che suona alle feste dell'università, si finisce bombardando poesie sulle città di Santiago, Dubrovnik, Berlino, Varsavia, Londra, Guernica. 

Quattro ragazzi, ora uomini, intraprendenti, sensibili e determinati, con un brillante senso dell'umorismo. I progetti di 'quelli di Casagrande' sono tantissimi. La loro storia inizia con una rivista universitaria, di tiratura limitata. Al numero 7, la rivista cambia il formato, viene stampata a forma di LP e raccoglie numerose fotografie accompagnate da testi poetici di artisti rigorosamente giovani e cileni.

Nel 2001, le pagine del #8 della rivista occupano lo spazio di cartelloni pubblicitari di 3 metri per 2 sparsi per le fermate della metro di Santiago. Nello stesso anno il collettivo bombarda il Palacio de la Moneda con centomila segnalibri che riportano versi poetici. 

Lo stesso poi accade nelle città già citate, città che almeno una volta nella storia sono state bombardate dall'alto.



Gli interventi poetici si moltiplicano, diventano sempre più simbolici, come il progetto "Chile al Cosmo", l'invito a scrivere "lettere alle stelle", ai bambini delle scuole primarie, culminato in una mostra con tutte le lettere e i messaggi da bambini e non;

oppure l'iniziativa di festeggiare nei modi più disparati i compleanni di autori deceduti: accendendo 1300 candeline per compleanno di Li Po o organizzando una seduta spiritica con Pablo Neruda, scatenando il dibattito della stampa su a chi appartenessero i diritti di quanto dichiarato dalla medium (parlando di senso dell'umorismo);

per non parlare dell'installazione di un enorme Pinochet gonfiabile (nome in codice "Progetto King Kong" per essere approvato dal governo di destra) per il 40esimo anniversario del golpe:



Insomma, il collettivo Casagrande mi ha stupito, mi ha fatto sorridere e mi ha ricordato di quel lontano febbraio 2009, dove allo spazio Oberdan di Milano conobbi di persona Ivan, alla sua mostra, il quale mi mostrò che in una parete intera era riportato il testo di una email che gli avevo scritto qualche tempo prima. E che quindi in un modo o nell'altro, che si suoni insieme in una band universitaria, che si vinca lo stesso concorso, o che ci si conosca e ci si scriva per email, la poesia si fa insieme. 

Dopo la conferenza, che mi ha entusiasmato davvero tanto, ne ho approfittato per vedere la mostra Rayuela: una muestra para armar (Rayuela: una mostra da comporre) dedicata al libro di Cortázar - che non ho ancora terminato, nonostante vada avanti parecchio ogni giorno, è davvero intenso. La mostra era composta da installazioni disposte a caso per tutto il museo della lingua. All'ingresso viene data una brochure con l'ordine consigliato delle opere, che ricorda ovviamente l'ordine di lettura dei capitoli "non fondamentali" inclusi da Cortázar alla fine del libro: 


Le installazioni erano meravigliose. Dal libro alla realtà, dagli oggetti della vita comune alle pagine e viceversa.





C'era perfino Lucia, la Maga, seduta fuori dalla finestra...



Dal museo del libro e della lingua sono passata alla Biblioteca Nacional (il cui architetto doveva essere compagno di canne con lo studio che progettò la Torre Velasca di Milano):


Di fronte alla quale è stata appena eretta la statua al caro vecchio Julio:



Mi sono fermata sul prato dinanzi la biblioteca a scrivere, e mi sono appisolata sullo zaino per una pacifica oretta sotto il sole, poi sono tornata al Museo de Bellas Artes per rivedere la mostra su Julio Cortázar il quale, ricordiamo, è fatto così:




Un giretto per il barrio di Palermo per cenare (con la scaloppina di vitello e il miglior purè di patate della mia vita) e poi a casa, dalla quale scrivo questo post da due ore perché continuo a distrami.

Foto del giorno, sulla destra l'enorme complesso universitario della facoltà di diritto (altro che lettere e filosofia!):



Un'ultima nota sul colectivo Casagrande, anzi, sulla band Los Muebles (che sono sempre loro), questi ragazzi hanno scritto e registrato solo un album, Vol. IV. 



Il caso vuole che una delle canzoni di quest'album, Elena, inizi così:

Santiago es el final o el comienzo de un viaje...

Ah, ma questo viaggio non smette di lasciare segni.

martedì 23 settembre 2014

23/09/2014

Colonia do Sacramento!!! Sììììì.

Be'.

Un attimo.

Allora, io mi ero fatta tutti i miei calcolini, taglia di qua, cuci di là, dollaro di giù, peso argentino di su, bla bla bla. E tagliando e rimirando infiniti spazi nel mio portafoglio avevo decretato che tutto sommato, visto che 

a) io quando ci ritorno in Sudamerica? (tra un paio di mesi?? eheh) 

e

b) tutto sembrava molto fattibile

ieri al porto ho comprato il biglietto per il traghetto che porta a Colonia do Sacramento, Uruguay, dall'altro lato del Rio de la Plata. 

Per cui stamattina sveglia alle cinque, con tutta la buona volontà mi sono messa su un taxi per il porto e via.

Premettendo che ai tassisti di Baires sto parecchio simpatica, questo innanzitutto mi ha augurato "Felice Primavera" e poi si è messo a chiacchierare allegramente di Maradona, dei miei viaggi, e parlando degli uruguayos ha sparato un

C'è di tutto nella vigna del Signore...

Comunque.

Salita sul Buquebus che porta a Colonia mi dicono che nel traghetto è inclusa anche la visita guidata in autobus e a piedi. Ottimo, se non fosse che la giornata fa veramente schifo! Che sfortuna nera...

Visto che la mia testolina fringuellina ha deciso di prendere l'andata alle 8.30 e il ritorno alle 20 (le alternative non erano molte: per l'andata c'era anche un 12.15 e per il ritorno un 18.20), di tempo da ammazzare ne avevo fin troppo, in più le nuvole che minacciavano pioggia da un momento all'altro mi hanno messo un po' di strizza.

Così sono salita sull'autobus della tour guidato e sono riaffiorati gli spiacevoli ricordi delle gite scolastiche della quale ero una grande fan alle elementari, una partecipante rassegnata alle medie, e una fiera ammutinata alle superiori.

Il bus si è fermato in un paio di posti di rilievo, tra cui l'arena dei tori:


Poi si è fermato al porto e al centro commerciale (mah). Dopo il giro in bus, durato pochissimo, c'è stato il giro a piedi.

La guida del tour a piedi era insopportabile e se ci penso ancora mi sale un nervoso pazzesco. Va bene che te la vuoi tirare, è una tua scelta, però mi sembra esagerato che a ogni domanda dei visitatori (che magari chiedevano anche di parlare un po' più lentamente, visto che la maggior parte erano portoghesi) devi fare la faccia stizzita e rispondere acidamente. Dopo mezzora di questa qui che se la tirava tantissimo io mi sono un po' allontanata e ho cominciato a vedere la cittadina per conto mio.

Sono passata dalla Calle de los Suspiros:


Dalla chiesa principale:


E dal faro, con vari tentativi di rientrare anch'io nella foto...




Dopo aver girato tutto il centro storico, ho pranzato e purtroppo ha iniziato a piovere. Ne ho approfittato per andare a vedere la chiesa dentro (più che chiesa, una cappella per le ridotte dimensioni), che non aveva nulla di speciale. Tuttavia mi sono fermata un po' sulle panche a riposare e a leggere Rayuela, visto che non accennava a smettere di piovere.

In chiesa ha cominciato a fare parecchio freddo così mi sono spostata in un localino molto carino, Drugstore, dove servivano delle cose stupende da mangiare - peccato che avessi già pranzato. Allora ho ordinato una cioccolata calda, che qui è cioccolato fuso nel latte (sento già la bava delle mie amiche, ma ahimè, come sapete non sono una grande amante del cioccolato cioccolato, quindi ne ho lasciata metà).



Per cercare di far passare il tempo, prima ho scritto un po', poi ho terminato la prima parte di Rayuela, ho girato le botteghe artigianali e poi sono tornata al porto a piedi, per fortuna la pioggia non era troppo forte.

Direi che tutto sommato Colonia sì/Colonia no, è difficile dare una valutazione. Per soldi, sbatta e tempo perso tra imbarcare e sbarcare, direi che non ne vale la pena, soprattutto perché alla fine Colonia è carina, sì, ma in Italia abbiamo borghi e cittadine di mare molto più spettacolari.

Quello su cui ho guadagnato è sicuramente il patrimonio storico della città, che non conoscevo e che adesso conosco, e il fatto che se non ci fossi andata me ne sarei pentita per tutto il resto del tempo.

Che cosa ci attenderà domani?

Hasta la Sista.

lunedì 22 settembre 2014

22/09/2014

Allora, la giornata è iniziata prestino perché sapevo che a un certo punto sarebbe arrivata una signora delle pulizie e non volevo farmi trovare a letto. Così alle otto ho riassettato un po' la stanza e alle dieci sono uscita di casa.

Sono andata a vedere l'università, anzi, la Facultad de Filosofia y Letras, che si trova in una zona abbastanza fuori dal centro. Ho preso due autobus e ho camminato un po', per un totale di cinquanta minuti di viaggio da dove sono io.



Non avevo idee precise, volevo solo andare a fare una chiacchierata con lo sportello studenti stranieri per capire come funziona il dottorato qui. Bisogna un po' tenere cercare di tenere tutte le porte aperte, no? Lo sportello apriva all'una, così mi sono fatta un giro dentro, tra aule, corridoi e scale, come se frequentassi anch'io.

Non credevo ai miei occhi. Se dovessi descrivere gli studenti di lettere di qua, anche non avendone visti molti, mi viene da dire solo una cosa: incazzati neri.



Non è che da noi manifesti non ce ne siano, e sappiamo bene che puttanaio organizzano i ragazzi della CUEM ogni due per tre in Festa del Perdono, ma qui i manifesti erano appesi dappertutto, perfino nelle aule:


E chiedevano ciò che anche noi dovremmo cominciare a pretendere, in particolare mi ha colpito l'idea "più soldi all'educazione, meno alle multinazionali" ripetuta in tutte le salse su tutti i muri. Mi ha dato da pensare. Mi ha fatto venire in mente l'EXPO 2015. E alle aule di Sant'Alessandro. E mi sono incazzata anch'io.

Mi spiace che forse sono arrivata troppo presto, dando un'occhiata ai cartelloni in giro mi sa che le lezioni iniziavano e finivano molto più tardi di quanto pensassi, quindi non sono riuscita a imbucarmi in nessun seminario. Magari giovedì o venerdì, vedremo. Comunque alla fine ci sono andata a chiedere per il dottorato, che ha dietro un processo burocratico un po' macchinoso, ma è tutto sommato fattibile. Se non fossi stata distratta dal bell'argentino che rispondeva alle mie domande, magari saprei dire di più. 

*sospiri e sguardo perso nel vuoto* 

(no scherzo, la realtà è che non ero interessata al 100%, ma solo come piano B del piano B del piano B)

Dopo un lautissimo pranzo, è iniziata l'odissea per tornare in zona Recoleta - dove volevo vedere se i musei erano aperti. Credo di aver impiegato due ore tra autobus, autobus presi nella direzione contraria (due volte), strade trafficate, etc...

Ovviamente, i musei erano chiusi perché oggi è lunedì. E allora mi sono detta: non sarà il caso che finalmente vada a vedere il porto?

Inizio a camminare verso la stazione ferroviaria Retiro, di fronte alla quale si trova la Torre Monumental, donata dai generosi Britannici per il primo centenario (1910) dall'indipendenza dagli spagnoli (1810). Ogni tanto la vandalizzano con dei graffiti anti-UK, più che altro per i conflitti ancora aperti sulle isole Malvine/Falkland. 


Passata la torre, in teoria ancora qualche centinaio di metri e dovrei arrivare al mare, anzi, che dico?, all'oceeeaaano. Sì. Me l'hanno detto. 

Nella bella Buenos Aires se si spera di trovare un lungomare delineato, carino, con le navi, le barchette, e i galeoni dei pirati - be', si ha capito male. Il porto di Genova al confronto è una vasca da bagno con le paperelle - altro che Grandi Navi Veloci. Giunta dove secondo la mappa ci sarebbe dovuta essere la darsena, mi sono resa conto tristemente che per accedere alla suddetta bisognava andarci in macchina e in autostrada. A separare il porto da dov'ero io c'era una striscia di grattacieli (hotel, più che altro) che impedivano la vista per qualche chilometro. 

Cammina, cammina, cammina, risalgo la darsena fino agli uffici della Buquebus e finalmente riesco a scorgere qualcosa che assomiglia a dell'acqua (zozza, ma zozza zozza).
 


Sono risalita lungo la darsena, che a un certo punto arriverà fino a Plaza de Mayo - con mio sommo stupore (ammetto che oggi il mio senso dell'orientamento era in ferie).


Come annunciato, io mi imbarco su una nave pirata e sparisco dalla terraferma per un po'. Ciao, eh.



Sì, certo, a parte che di nave pirata quella fregata aveva poco e niente. Bella, però, era la nave scuola Presidente Sarmiento (1897), ora adibita a museo.

Risalendo per Plaza de Mayo mi sono fermata ad assistere al momento in cui, al tramonto, i soldatini della repubblica ritirano l'enorme bandiera e la portano dentro alla Casa Rosada. L'avevo visto di sfuggita ieri, oggi mi sono fermata apposta ad aspettare. Un momento toccante, davvero. 


Già che la bandiera dell'Argentina campeggia su qualsiasi cosa, con molta più insistenza della Union Jack che a Londra manca solo disegnata col gesso negli scoli dell'acqua piovana, vedere poi con che solennità questa viene calata e trasportata ogni benedetta sera al calare del sole e poi re-issata ogni mattina, boh, mi ha fatto abbastanza commuovere. Ma tanto a me basta niente per farmi commuovere, eh.

Mi concedete di citare i Mercanti di Liquore? No? Be', un gran peccato che io non senta le vostre voci di protesta, ah ah ah.

Son troppi i colori del mondo, non li puoi chiudere... in una bandiera.

E sulle note di Santa Sara, dei Mercanti di Liquore, io vi lascio e vado a farmi un sacrosanto bagno perché domani mi aspetta una sveglia ingrata (alle cinque e mezza, Gesù mio ma chi me lo fa fare) e una lunga, intensa giornata... 

Suspaaaans. Cliffèngher.

Hasta qualcosa.

domenica 21 settembre 2014

21/09/2014

Ieri mi sono alzata con calma, e tra una cosa e l'altra (principalmente cercare di capire in che modo velocizzare il passaggio tra un volo e l'altro per il mio ritorno, sono un po' in ansia) sono uscita di casa verso l'una. 

La giornata era bellissima, e nonostante mi sia spaccata i tibiali anteriori, le passeggiate per la città hanno lasciato dei bei ricordi. Sono partita dal Palacio del Congreso, dove già qualche famiglia si riuniva per un picnic preprimaverile. Mi ha fatto sorridere vedere quanto terroni siano gli argentini. Picnic con roba da mangiare per un esercito, per un mese... 

Ecco il Palacio: 


Poi sono scesa già per la Avenida 9 de Julio, che non dista molto da dove ho l'appartamento io, in Chile 1225. Ero già passata per la avenida il giorno prima, ma non avevo visto il Teatro Colón:


Percorsa tutta la 9 de Julio, sono arrivata all'inizio di una fila di persone lunga più di un chilometro. Ho chiesto a un signore in coda che cosa stavano aspettando: l'Ambasciata Francese era eccezionalmente aperta alle visite e tutta quella gente era in fila per entrare. Mi chiedo cosa ci tengano dentro l'Ambasciata Francese perché tutta quella gente fosse disposta ad aspettare così tanto. Il motivo per cui era aperta mi fu chiaro poco dopo: ironia della sorte, sono capitata a Buenos Aires durante la settimana della cultura francese. Bancarelle di cibo e gruppi musicali attorniavano l'ambasciata, al che io ho deciso di defilarmi, un po' per fuggire la folla, un po' per fuggire il pericoloso livello di francesità, notoriamente poco tollerata dal mio organismo.

Sono arrivata fino alla zona di Recoleta, casa dei vari musei più importanti. Sono entrata al Palais de Glace, dove erano in corso una mostra di quadri di Gorriarena, un pittore che usava il colore come arma primaria per contrastare la dittatura:


E la mostra a fumetti dei racconti di Cortázar, con tanto di biografia a fumetti:


Dopo la mostra, mi sono fatta un giro per le Ramblas, esattamente di fronte al Palais de Glace, che ospitavano i mercatini festivi:


 

Dopodiché mi sono incamminata verso casa, a un'oretta e mezza di distanza più o meno. Mi sono fermata in un caffè sulla 9 de Julio per cenare con una milanesa e, dopo un bagno di pochi e sofferti minuti, mi sono trascinata a letto.

Oggi mi sono alzata più presto, ma sono rimasta a letto a scrivere un racconto cortazariano che mi è venuto in mente ieri, ma che non ho terminato. Verso mezzogiorno sono uscita di casa e ho preso la Subte (la metro) per andare a Palermo. O meglio, Palermo Soho. Mi fanno spaccare dal ridere i nomi dei quartieri di Buenos Aires. Solo l'area di Palermo (che è grande quanto una città) si divide in Palermo Soho, Palermo Hollywood, Chalermo, Palermo Chico, Palermo Viejo... c'è da spanciarsi.

Palermo è carina, ha un'atmosfera più residenziale e assomiglia di meno alla Palermo siciliana di Buenos Aires centro (edifici magnifici, ma spazzatura e macchine dappertutto). Con la metro sono arrivata a Plaza Italia, sormontata dal buon Giuseppe Garibaldi a cavallo:


Sono risalita fino a Plaza Cortázar, dove mi aspettavo almeno un busto commemorativo al quale rendere omaggio, e invece... niente. Carina, però, soprattutto per le opere degli artisti locali esposte e vendute - un po' Montmartre, se vogliamo. Julio avrebbe apprezzato, lui che amava tanto Parigi.


Ho fatto marcia indietro e ho riattraversato Plaza Italia per andare a vedere i Giardini Botanici e lo zoo. Ora, io non sono un'amante degli zoo in linea di principio. Abbastanza ingenuamente mi piacerebbe che gli animali se ne stessero ognuno nel proprio habitat naturale, senza che nessuno vada a romper loro le scatole. Di conseguenza, non mi sono neanche presa la briga di andare a visitare lo zoo, ma passare di fianco ci sono passata. E ho beccato dei fenicotteri:


Per attraversare il parco e ritornare verso le Ramblas di Recoleta mi ci saranno volute due ore. C'era così tanta gente che mi sembrava di stare all'Idroscalo o a Parco Sempione a ferragosto, e non era che l'equinozio di primavera! Immagino a Natale, in piena estate, cosa ci sarà qui!

Famiglie a fiotti, giovani a iosa, vecchietti un po' meno, ma sempre tanti. Venditori di qualsiasi cosa, rose, birra, palloni da calcio con le sembianze di maxi palle da tennis (perché??), tatuaggi provvisori, braccialetti... Con la debita calma, mi sono fatta tutto il parco, mi sono mangiata un pebete a dieci pesos (una specie di panino con dentro una specie di salame e una specie di formaggio... non so bene cos'ho mangiato, in realtà!) e sono arrivata al Museo de Bellas Artes, di fronte alle Ramblas, verso le cinque e mezza.

Non ho resistito ad andare a vedere un'altra delle mostre dedicate a Julio, questa ancora più bella. In teoria era in programma per un altro giorno in settimana, ma visto che ero già lì... Tanti scatti giovanili, tante citazioni sui muri. Perfino una Rayuela (campana) di fotografie proiettata sul parquet. Ancora non riesco a credere a quanto io sia stata fortunata a beccare il centenario senza saperlo.







Dopo la mostra mi sono andata a fare di nuovo un giretto per le Ramblas, dove un gruppo di ragazzi che suonavano musica argentino-gypsy-punk hanno intrattenuto l'intera collina:



Questi ragazzi suoneranno in una festa clandestina venerdì sera, e chi voleva poteva andare a dare il proprio nome per entrare gratis. Io l'ho lasciato perché non si sa mai, anche se per venerdì sera avevo programmi un po' più letterari (ma mi sa che mi lascerò tentare dal gypsy punk).

Ritornando a casa ho fatto qualche foto alla Casa Rosada, alla Cattedrale Metropolitana, al Cabildo, e all'Obelisco by night.





Ah, avevo detto che sarei andata al porto oggi. In realtà non l'ho trovato. O meglio, ho intuito come ci si arriva, ma non ci voglio andare da sola. La darsena è costeggiata da un cantiere dopo l'altro, e davvero l'impressione che mi ha dato non è delle più rosee. Intanto, domani vado in uni (ha! che strano fa dirlo!), poi si vedrà!

Hasta siempre.





sabato 20 settembre 2014

Buenos Aires 19/09/2014

Ogni avventura che si rispetti dovrebbe iniziare con un dirottamento aereo.

Ma prima, riporto il primo buon segno che Eduardo Galeano mi ha lasciato a pagina 186 del suo Libro degli Abbracci, che sfogliavo mentre preparavo lo zaino e la valigia:

Sogni per la fine dell'esilio /1

Helena sognò che voleva chiudere la valigia ma non ci riusciva, e faceva forza con tutt'e due le mani, e appoggiava le ginocchia sulla valigia, vi si sedeva sopra, ci saliva in piedi, ma non c'era verso. Dalla valigia, che non si lasciava chiudere, sfuggivano oggetti e misteri.

E a pagina dopo, ancora più improbabile:

Sogni per la fine dell'esilio /2

Helena era tornata a Buenos Aires, ma non sapeva in che lingua parlare né con quali soldi pagare. Ritta sull'angolo fra Pueyrredón e Las Heras aspettava il 60: che non arrivava mai, che non sarebbe mai arrivato.

Il volo è stato molto faticoso. Durante il viaggio, ho reiniziato Rayuela, finalmente. Non potevo arrivare a Buenos Aires, in festa per il centenario dalla nascita di Cortázar, senza aver riletto il suo capolavoro con la concentrazione e la pazienza necessarie. Poi dallo schermo dei sedili Alitalia ho visto Divergent, rivisto I sogni segreti di Walter Mitty, e sonnecchiato in compagnia di Ocean's Eleven nelle cuffie. Ho anche chiacchierato con il mio vicino di posto, un giovane svizzero-messicano che doveva venire a Buenos Aires per un matrimonio che è stato annullato. Chi non ama i drammi?

Il dirottamento aereo su Montevideo è avvenuto dopo un'ora che volavamo come un'ape intorno all'aeroporto di Ezeiza  in attesa che la nebbia si dissolvesse. Alla fine il pilota ha deciso di dirottare, e a Buenos Aires ci siamo arrivati all'una e mezza del pomeriggio (dalle 6.40 originarie)!

All'aereoporto è venuto a prendermi Francisco, il tassista di fiducia della famiglia che mi ha affittato il mio appartamento. Francisco mi ha lasciato con una perla che solo un tassista sudamericano che guida senza cintura su un'autostrada dove ci vanno anche i ciclisti poteva concepire:

La vita bisogna godersela perché è così corta e piena di sorprese...

E allora, ascoltando Francisco, dopo un'interminabile viaggio di 20 ore, con una manciata di minuti di sonno alle spalle, sono andata a farmi una lunghissima passeggiata in centro. 

Buenos Aires è ENORME. Non solo in termini di estensione territoriale, ma proprio di atmosfera che si respira in città. Strade a mille corsie incredibilmente trafficate. E' una Palermo a 18x, con altrettanta miseria.

Delle vie del centro mi hanno colpito gli allegri richiami "Cambio! Cambio!" di chi vende pesos in cambio di dollari americani a un tasso ridicolo, quasi il doppio dei tassi che ti fanno in banca o nei bureau exchange. Blue rate si chiama.

Bello anche vedere uno sciuscià - limpiabotas - in pieno centro. E venditori di strada che vendono spazzole per vestiti e tappeti "como las de un tiempo" (come quelle di una volta), con le setole di cinghiale.

Il giro si è concluso dopo un paio di orette perché ero stanca morta, e sono tornata nel mio appartamentino. Il resto della serata ha previsto un lungo e lushioso bagno, e qualche episodio di Friends sottotitolato in spagnolo e Adventure Time doppiato da attori sudamericani.

#horadeaventura!

Per il piacere dei vostri occhi, la foto del giorno, Plaza de Mayo:



E oggi non so cosa mi aspetta, ma di sicuro sarà fantastico! Hasta pronto!