lunedì 20 gennaio 2020

Io e i Poeti Morti sul Waipu Coastal Trail

Con audacia mai vista prima, stamattina ho messo la sveglia alle 5 e mezza per alzarmi a vedere l'alba.

Ora che sono arrivata al mare, l'alba s'era già bella che trasfigurata, quindi niente pallini rossi a filo orizzonte, ma una gran luce azzurra che fa venire voglia di mettere su Monteverdi e gorgheggiare insieme all'equivalente indigeno degli usignoli (quell'uccello digitale che fa brblublrubù).


Io ormai sono in piedi, quindi non è che vado a rifarmi venti minuti di strada sterrata per rimettermi a letto e sprecare la giornata, NO! Bi-so-gna-sfrut-ta-reil-tem-po-cheu-no-ha (due sinalefe e una dialefe, beccatevi st'endecasillabo).

Mi incammino, pensando che visto che ieri a Langs Beach ci ero andata in macchina (3 km), oggi ne approfitto per compiere il proposito iniziale di questo benedetto viaggio, quello di fare qualcosa che fa bene al cuore, preso in maniera abbastanza letterale.

Sono a Langs Beach in meno di tre quarti d'ora, ma per ritornare indietro scelgo di seguire un invitante cartello che indica 'Waipu Coastal Trail'. "Sei sicuro?" gli vorrei chiedere, dato che il sentiero davanti a me, più che un coastal trail è un'invocazione a San Giuda Taddeo, patrono delle anime (e delle cause) perse.

(Una scala, ma siamo seri?) 

No ma addentriamoci, tanto non ho mica promesso alla mia capa che mai e poi mai mi sarei infilata in situazioni pericolose di proposito e che avrei fatto la brava. 

Non sono mai stata una fan di escursionismo, alpinismo, trekking e in generale della categoria 796.5 del sistema bibliotecario decimale Dewey per la sezione saggistica. Traumi infantili e l'associazione della 'montagna' con 'l'oratorio' mi hanno sempre tenuto alla larga da camminate, sentieri, rifugi e compagnia bella. Ma un sentiero costiero non ha niente a che fare con la montagna, giusto?

Sarà una passeggiata, mi dico. E invece NO! Aun-pas-so-dal-pre-ci-pi-zioe-chi-lo-sa? 

(Nessuno, la risposta è nessuno. Nessuno sa dove sono, figurati, non lo so nemmeno io.)

Alberi abbattuti dalle intemperie sbarrano il percorso di continuo, ci si passa sotto, sopra, di fianco, e in alcuni casi, pure attraverso. Ci sono pezzi in cui il sentiero scende scende scende in spiaggia, oppure sugli scogli, oppure attraversa proprietà private ai cui proprietari non importa che gli escursionisti calpestino il loro territorio, purché i cani siano tenuti al guinzaglio (il che mi fa pensare: chi è lo psicopatico zoosadico che porterebbe un cane su un sentiero così? Gli neozelandesi mi fanno paura).






Davanti a me, non so quanto mi resta. Io cammino, ma quei 3 km si sono fatti forse 4 o 5, per via delle salite, le discese impervie e le pause per riprendere fiato e maledire in cinese la svalvolata me di stamattina che tra tutte le cose che si è ricordata di mettere nello zaino (libri, quaderni, macchine fotografiche, PENNARELLI, una banana e due carote, costume da bagno e crema solare) non ha messo l'ACQUA.

Sarà la sete, tutto il sole che ho preso ieri, oppure sarà che sono le otto e io prima delle nove ho le allucinazioni, ma io comincio a sentire qualche voce, qualche frammento di verso dantesco (...ove per poco il cor non si spaura.) o foscoliano (quello spirto guerrier ch'entro mi rugge). Ma invece che placarsi, lo spirito guerriero si sveglia da un letargo di trent'anni e mi affronta con uno sfacciato: "Embé? Si può sapere cos'hai intenzione di fare?"

Non lo so, non lo so, spirito, io sto qua a fare la Indiana Jones ma nella testa c'ho Dante, Foscolo e pure Leopardi, cosa pretendi che ti dica? Mi godo la bellezza, e le domande me le faccio più tardi.


Ci arrivo alla fine del sentiero, come sapevate, perché la regola numero uno della sezione Punto di Vista di ogni manuale di narrativa è che il narratore in prima persona sopravvive. E se non sopravvive, siete proprio stronzi o avanguardisti, ancora peggio.

Non sono neanche le dieci ma io sono esausta. Mi fermerei in spiaggia a fare il bagno ma, punto numero uno, l'acqua è fredda e io una frignetta, e due, che sbatta ho di trovare un bagno, cambiarmi, mettere il costume, e cospargere ogni centimetro della mia pelle mozzarellosa di crema solare. 

Niente da fare, preferisco farmi un giro nel villaggio, dove ho sentito dire che c'è il Più Bel Museo di Piccola Taglia della Nuova Zelanda. E come resistere, visto che io sono qua a cercare gli hobbit, miei simili, per cui doniamo questi dieci dollari e facciamoci stupire dal reverendo McLeod, che non è imparentato con le sorelle dei cavalli, ma è scozzese di brutto, e io degli scozzesi apprezzo il gran senso dell'umorismo.


Al museo, imparo che:

  •  Si possono infilare davvero tante cose in un museo di due stanze e mezzo;
  •  Il tizio che sta riparando il condizionatore fa finta che io non ci sia, ma poi mette a ridere quando faccio un salto di un metro, terrorizzata da una registrazione vocale random attivata dai sensori motrici;
  • Waipu è praticamente una colonia di Scorbutici Scozzesi la cui storia potrebbe essere raccolta nella collana Brutte Storie della Salani.





Come recita il foglietto, che non è una brochure, bensì un foglio A4 stampato in casa e piegato in tre, Norman McLeod e la sua compagnia costruirono le proprie navi, si spostarono da un posto all'altro (lasciano la Scozia per la Nova Scotia, il Canada e l'Australia, ma nessuno li vuole perché McLeod ha un caratterino) fino a salpare per la Nuova Zelanda, alla ricerca di una vita migliore.

E, per sentito dire, pare che l'abbiano proprio trovata.

Waipu, aye!

Doveva essere solo una sosta, di strada per arrivare a Pahia. Non mi entusiasmava, giacché l'avevo scelta puntando il dito a caso sulla cartina circa a metà tra Auckland e la Bay of Island. Poi Pahia venne scartata, perché avrebbe voluto dire allungare di due volte il viaggio del ritorno, ma la mia prenotazione a Waipu era rimasta.
Che palle, pensavo, perderò due giorni in un villaggio sperduto nel nulla senza niente da fare.

E invece.

Riavvolgiamo un attimo il nastro.

È lunedì mattina e mi presento all'ufficio dell'Apex a ritirare la macchina a noleggio. Per chi mi conosce, sa che questo è un Very Big Deal, perché una certa cultura nella famiglia TrainaGambino impone che le femmine sono incapaci a guidare, e per cui devono temere anche la propria ombra -- e di autostrade neanche a parlarne. Ci ho messo trent'anni, ma mi sono decisa ad affrontare la fobia. Ho preso in prestito libri di autoaiuto dalla biblioteca, ascoltato podcast sull'ansia, imparato la mindfulness e le tecniche di respirazione e di emotional freedom (tapping). Ho letto, sottolineato, ricopiato e scritto i miei appunti e le mie strategie. Tutto questo negli ultimi tre giorni, dalle 5 e mezza alle 8 del mattino, ovviamente.

A tre giorni di distanza il mio quaderno degli appunti è a metà e io all'ufficio dell'Apex mi ci sono presentata. E i miei 120 km da Auckland a Waipu li ho fatti. Il viaggio in autostrada (a parte l'ingresso) va che è una goduria. Stando attenti ai cartelli, uno potrebbe facilmente orientarsi anche senza navigatore. La macchina è un po' una scatoletta, fa fatica sulle salite e sulle curve, che qua sono segnalate a 65 km/h, che è un po' esagerato, ma when in Rome...


Insomma, guidare mi piace un casino. Mi fa compagnia la voce di Stephen Fry, che mi narra Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, nonostante gli abbia ripetuto più e più volte che sarei in grado di dettarlo dal primo all'ultimo capitolo.

Arrivata a Waipu, dopo il centro del villaggio che consiste in UNA via, iniziano le strade sterrate. Una dopo l'altra. Con calma, arrivo in cima alla collina dove si trova il mio alloggio, dal nome che prometteva bene, A Room with a View.



I proprietari ancora non ci sono, quindi mi tocca ridiscendere lungo le strade sterrate e cercarmi un'occupazione. La spiaggia è a venti minuti dal B&B, per cui faccio un tentativo. La giornata è bella, in fondo sarebbe uno spreco non dare un'occhiata.

Fine dell'inizio del nastro.

E invece.

E invece, la spiaggia di Waipu è uno dei posti più belli che abbia mai visto (fino a stamattina, spoiler). Non ho molto da aggiungere.




Faccio un salto anche a Langs Beach, tre chilometri più avanti, un po' più residenziale, dal mare che piace ai surfisti e le onde impraticabili per una che ha fatto tre lezioni di nuoto in tutto. 


Ma niente, sono attratta da Waipu Cove e ci torno, esplorando anche le spiaggia adiacente e non segnalata, Uretiti. Vi passo tutto il pomeriggio, camminando sul bagnasciuga, arrivando fino alle spiagge successive, DESERTE, incontaminate, quei posti assurdi dove il cervello fatica a elaborare la bellezza, soprattutto quando si è fuori allenamento. Dopo tanto tempo passato a scendere a patti con una scomparsa inaspettata, è difficile sradicare la conclusione a cui inevitabilmente arriviamo tutti, chi prima e chi poi: l'impressione che la felicità sia un concetto intraducibile nella lingua Vita Vera, qualcosa che forse è dato conoscere solo ai monaci tibetani e ai cani.

Ma nelle spiagge di Waipu e di Uretiti, se si è abbastanza fortunati, una mano invisibile ce ne porge un pezzo, da addentare, sentire, esplorare, a seconda della maniera in cui la felicità vuole farsi sperimentare da noi.

Nel mio caso, da ballare.





domenica 19 gennaio 2020

Auckland: un mese dopo

Un mese dopo, perché mi sembra impossibile aver condensato l'incondensabile in una giornata, benché sia iniziata alle sei del mattino. Disclaimer: sarà un post lungo, ma cercherò di non perdermi in chiacchiere.

Ci si alza presto, ben prima di quanto avessi pianificato. (Ecco già un inciso: sono troppo vecchia per stare negli ostelli. Non ce la posso proprio fare.) Ho in mente di prendere uno di quegli autobus che ti portano in giro, lasciandoti presso le attrazioni più popolari con la libertà di salire e scendere a piacimento. Peccato che non ce ne siano fino alle 9, quindi non dispero e mi rivolgo alla Lonely Planet "Nuova Zelanda" (in italiano) che ho trovato nel reparto 'libri abbandonati' dell'ostello. (Forse l'unica cosa che mi piace degli ostelli… nel corso degli anni, ho adottato parecchi di questi volumi orfani, compreso un Harry Potter and the Half-Blood Prince, raccattato su in Irlanda quando in Italia non era ancora uscito -- e quando la mia conoscenza di inglese era più nella mia immaginazione.) (Continuo a fare incisi, è un meccanismo di difesa contro l'ansia di quanto sarà lungo o meno questo post. Seguimos.)

La passeggiata della Lonely Planet mi porta attraverso una galleria di negozi, Myers Park (con riproduzione sfregiata del Mosè di Michelangelo) e Albert Park. Da Albert Park, arrivare al campus universitario è un attimo, ma mi rendo conto che potrei perderci le ore per cui faccio giusto un paio di scatti a coloratissime specie floreali, dato che il campus funge anche da orto botanico, because why not.




Mi rimane un pochino di tempo prima della partenza dell'autobus, così mi infilo nella St Patrick's Cathedral, che sono andata a visitare principalmente in onore della mia collega irlandese Orla, e della mia cittadinanza irlandese onoraria, autoconferitami nell'estate di un 2007 -- nonché spinta da un'esigenza innata e assolutamente laica di visitare chiese ovunque vada, forse una roba ereditata dai miei.



La prima fermata dell'ExploreBus è fuori città (ecco il punto di pagare la cifra esorbitante del biglietto di questi servizi puramente turistici: che ti portano lontano), su un promontorio che da un lato dà sul porto di Auckland e dall'altro su Mission Bay, cittadina residenziale affacciata sulla spieggia. Alle spalle del promontorio, un enorme distesa di territorio 'sacro' e per cui urbanisticamente intoccabile. 


Gli autobus di ExploreBus passano ogni venti minuti, per cui non sto tanto a gironzolare, faccio giusto un salto dalla parte di Mission Bay e al monumento a Michael Joseph Savage, il primo Primo ministro laburista, e il politico più caro alla nazione per le sue grandi riforme socialiste.


La seconda fermata è un giardino di rose nel villaggio di Parnell. Che dire.
Rose is a rose is a rose is a rose. E se la chiami con un altro nome, fa sempre un profumo pazzesco, che mi riporta all'infanzia e alle rose che papà coltivava davanti a casa. Mi fermo, leggo un po', riparto.




La terza e, per me, ultima fermata del tour, è quella che mi ha convinto a comprare il biglietto dell'autobus in primis: l'Auckland Museum. Ora, sui musei io ho tante riserve, ma più per limitazioni personali che prese di posizione socialpoliticoantropologiche. Io nei musei faccio una fatica immane. Primo, perché vengo presa da una specie di ballo di San Vito, per cui giro come un'ossessa cercando di farmi una lista mentale delle opere su cui voglio tornare a soffermarmi. Peccato che finito il delirante giro di ricognizione, sono in tale information overload che non ricordo neanche come mi chiamo, figuriamoci quello che volevo andare a rivedere. Così, logicamente, faccio un altro giro, e poi finisco in una valle di lacrime a consolarmi della mia inadeguatezza culturale spendendo un patrimonio al negozio del museo. True story.





Oggi sono particolarmente ostacolata dal jet-lag che mi pesa come non mai e a un certo punto del tour guidato di un'ora (che promette le highlight della cultura Maori, ma poi si sofferma mezzora sulla fisionomia dei kiwi, condensando secoli di storia Maori in poche frasi, che peraltro non ricordo) voglio morire. D'altro canto, ho tre forze motrici che mi sostengono:

    1. La bellezza. E all'Auckland Museum ce n'è veramente tanta, per via di quella cosina che è la cultura del Sud Pacifico, che si basa sul principio che un buon artigiano che ci sa fare col legno è socialmente più importante di una figura politica.
    2. Il senso di riappropriazione della cultura Maori, che non ho mai trovato nei musei di altre nazioni dove si trovano a convivere due o più culture contrastanti, l'una coloniale e le altre indigene. Semplicemente incredibile quanto i neozelandesi ci tengano a risaltare la cultura Maori, e non solo per fini turistici e di parvenze da società moderna. 
    3. Le mie consulenti di Antropologia e Storia dell'Arte, Deborah e Carolina, alle quali correggo i saggi di antropologia, che trattano quasi esclusivamente di oggetti e opere d'arte che ho l'incredibile fortuna di ammirare dal vivo all'Auckland Museum. Ovunque mi giri, vedo Oggetti Ambasciatori della cultura del sud pacifico, e sento la voce di Carolina che mi ammonisce quando mentalmente uso termini assolutamente verboten dagli antropologi, come 'tradizione', 'cultura', 'tribù', 'luogo', e 'in un a del' (diciamo la verità, dal punto di vista di una che ha studiato linguistica, e che apprezza l'accuratezza del linguaggio, posso tranquillamente confermare che gli antropologi sono parecchio rompicoglioni).
Seguendo le vocine incoraggianti di Carolina e Deborah, mi infilo perfino nella mostra temporanea, dedicata a una figura storica fenomenale di cui, ovviamente, ignoravo l'esistenza: il navigatore ed, effettivamente, mediatore culturale Tupaia, che fece da navigatore e interprete a nientemeno che James Cook. Non possiamo sapere come sarebbero stati i rapporti tra gli inglesi e le varie popolazioni indigene se Tupaia non avesse collaborato con i coloni, ma quanto è certo è che la sua eredità storica e culturale è sentita -- sicuramente da chi ha messo insieme la mostra, facendo un lavoro di grafica eccezionale.



Insomma, anche l'Auckland Museum è un gran bagno di cultura, che però ha anche l'effetto di abbattermi completamente e per un paio d'ore non funziono. Mi riprendo ad Aotea Square, dove c'è ancora la musica in piazza e ho l'occasione si sentire Donna Dean, che è un po' una Joan Baez locale, e tesoro nazionale kiwi. Effettivamente, i suoi testi sono parecchio struggenti e sul pezzo. Alla fine del suo set acustico, stanno per proiettare un documentario sulla sua vita, ma ho un appuntamento al quale non posso mancare.


Alle 16 di domenica 19 gennaio, la collega Rhia Lennox del servizio bibliotecario di Auckland mi conduce nei sotterranei della biblioteca di Auckland e mi fa fare il tour, ufficialmente aperto a tutti, ma al quale mi sono presentata solo io.

La biblioteca di Auckland è un paradiso di biblioteca, e la prima cosa che salta agli occhi è la qualità del servizio, chiaro segnale che il servizio gode di fondi più affidabili dei nostri, che ogni anno vengono manomessi dalla nostra regione, governata da un manipolo di Tory che ancora non si rende conto che le nostre biblioteche offrono un servizio senza il quale il loro sistema sociale crollerebbe del tutto, e abbandonerebbe migliaia di individui vulnerabili ai quali offriamo -- in ordine crescente di importanza -- spazio, riscaldamento, Internet, libri ed esperienza comunitaria. Detto in poche parole, hanno dei gran bei soldi e si vede.

Spazi all'avanguardia, come questo angolo per 'creare', con tanto di macchine da cucire, stampanti 3D, e PC sui quali sono istallati software megacostosi (da Photoshop a Unity, per farci capire).


Un esempio ideale di mostra basata sulla collezione locale (quelle le facciamo anche noi) è Fun and Games, sui giochi d'infanzia durante i secoli, con fotografie e giochi d'epoca.




 
Sicuramente quello che ho amato di più della biblioteca di Auckland è l'integrazione del Maori, non solo presente nella segnaletica, ma rispecchiato nell'offerta di servizi ed eventi (letture, gruppi di cultura, lezioni di lingua). Noto che la maggior parte dell'offerta è rivolta ai Maori, eppure riescono a investire le proprie risorse anche al resto della comunità estesa del sud pacifico, ovvero le migliaia di immigranti da altre isole (Cook, Fiji, Samoa, etc.).




Una conclusione più che degna per un primo approccio ad Auckland, che mi trovo a lasciare già da domani. A pensarci bene, forse avrei tratto beneficio da una terza giornata in quella che mi sembra la capitale culturale della nazione (vedrete che dirò lo stesso di Wellington…). Ma, che volete che vi dica, Here I Go Again, e domani ci si avvia a nord, a Waipu, dove se dio vuole riposerò un po', girerò di meno e mi occuperò di scrivere per consumazione privata, che già tutta questa presenza sociale comincia a mettermi ansia.

Vi tengo aggiornati, eh.

Kia ora, Auckland. 

sabato 18 gennaio 2020

Lavori in corso

Auckland è in (ri)costruzione.
Ovunque si guardi, ci sono corsie che scompaiono, coni segnaletici e cartelli di deviazione. Impalcature, reti, transenne, e uomini e donne in divisa pronti ad assistere il Turista Sperduto.
Da un lato della città stanno costruendo la metro, dall'altro rifacendo le scritte sull'asfalto e sistemando alcuni incroci. A Auckland si lavora e di gran lena, anche se è estate e in una giornata così forse gli operai preferirebbero andarsene al mare con la famiglia o gli amici.
Ci ho pensato anch'io, ma essendo il primo giorno volevo prenderla comoda.
Così ho deciso di scalare un vulcano.
Adesso, è vero che mi sono fatta consigliare. All'ufficio turistico, più precisamente, perché di Auckland sapevo che non ci fosse molto da vedere (a poco prezzo), e così c'era da arrangiarsi.
L'isola è Rangitoco, il vulcano ne è la cima. Ci si arriva con un traghetto veloce (mezzora), più o meno lo stesso tempo che avrei impiegato per raggiungere la più nota isola Waiheke, troppo grande da girare in giornata (e anche meno attraente, data la sua fama di "isola dei vigneti"). Questa è Auckland vista dal traghetto:

Rangitoco è invece più rozza, priva di qualsiasi struttura o villaggio. Ci sono solo sentieri per percorrere la salita che porta al belvedere a piedi o a bordo di una strana carovana (che, come tutte le operazioni commerciali per i pigri, costa un occhio della testa -- e come ben sapete, mi sto sforzando di mettere le pezze alle mie mani bucate, e il fuoco ai miei piedi stanchi). La montagna di per sé non è questa cosa enorme e pazzesca, ma un umile rilievo di 600 m che si scala in un'oretta ad andamento sostenuto (un'ora e un venti con le mie gambette) e circondato da un paesaggio mozzafiato.



La scalata alla cornice non mi ha riservato troppe sorprese (a parte: avevo le scarpe e i pantaloni sbagliati e dimenticato la crema solare, chi scrive ha ora un bel naso bruciato) se non che a un certo punto ci siamo ritrovati a scavalcare un tizio sdraiato in mezzo al sentiero in attesa dei soccorsi un ginocchio. Posso dire di aver assistito alla mia prima operazione di elisoccorso per questo povero tizio che si è dislocato un ginocchio lungo il sentiero dissestato.


Dopo la scalata, mi concedo un giro di perlustrazione sul sentiero costiero che porta dall'altra parte dell'isola in due ore e mezza. Purtroppo non ho tutto questo tempo, per cui faccio solo un paio di chilometri giusto per guardarmi intorno. Rangitoto riserva angoli quasi commoventi, di ecosistemi a sé dove non è raro imbattersi in qualche abitante alato (ho visto di sfuggita un pappagallo tutto colorato, e ho ascoltato un gorgheggiare mai sentito prima, il canto di un uccello che riesco solo a descrivere come la notifica sonora di un software che va in tilt).



Visto da una certa distanza, il profilo metropolitano di Auckland, con tutte quelle torri lucenti e un ponte su uno stretto che al crepuscolo dev'essere magico, acquista finalmente un senso. Se da dentro è difficile farsi un'idea della città, da fuori si presenta dignitosamente.



Al ritorno dalla mia escursione, mi fermo ad Aotea Square, dove sapevo che in questi giorni si sarebbe svolto un festival di musica, e che fortuna la mia capitare nelle giornate in cui si celebravano gli artisti folk. Leggo Viaggi e altri viaggi di Tabucchi, arrostendomi al sole che ancora non cede alla brezza della Golden hour, ascoltando i Paper Cranes 折り鶴, marito e moglie, che emozionano una folla che si è andata via via formandosi, incapace di resistere a una musica folk dai testi di ispirazione nipponica, scandinava e australasiatica.



Passeggiando di ritorno al mio umile ostello, butto ancora un occhio ai lavori in corso e ripenso a coloro (tanti) che con fare complice approvavano questa mia avventura, augurandosi che fosse di ispirazione per un nuovo romanzo. Da una parte, apprezzo l'interesse se di interesse si tratta, e dall'altra mi sento un po' incasellata nello stereotipo dello scrittore irrequieto/inquieto che se ne va in giro per il mondo indossando il suo personaggio come una divisa ormai incollataglisi sulla pelle (per il sudore, probabilmente). 
Certo che ci sono opere in corso e che ne approfitto per metterci mano, ma questa è più una conseguenza naturale del lusso di essere in vacanza, di avere tempo, piuttosto che di un rapporto di strumentalizzazione del territorio per il suo essere straniero, una certa forma esoticismo che non mi sento di celebrare. 
D'altronde, Tabucchi stesso metteva in guardia gli scrittori dai viaggi fatti per scrivere, forse perché, anticipando i tempi, anche lui si metteva in allerta, timoroso di cadere nella trappola dell'appropriazione culturale, che nel nostro mondo globalizzato è ora più che mai in agguato, pronta a farci credere che solo perché abbiamo una penna e un'oncia di immaginazione sia giustificabile immedesimarsi in popoli e culture di cui capiamo solo quello vogliamo capire, e rappresentiamo solo quello che ci va di rappresentare.

Perdonatemi invece una metafora un po' più ovvia, sul carattere restaurativo/ristorativo di quest'esperienza. Auckland è in ricostruzione, e forse un po' lo sono anch'io. 



martedì 5 luglio 2016

Andalusia unplugged parte 1/3: Cordoba e Granada

E alla fine ci sono andata, in Andalusia.

Quanti anni sono passati da quando ho iniziato a dire cidevoandarecidevoandarecidevoandare. Ma ho sempre aspettato la primavera (perché in estate fa troppo caldo, ovviamente) e di primavere ne sono passate.

Alla fine ci sono andata. A metà giugno. Non più primavera, ma verano verano da Paulina Rubio e socios.

Non mi sono portata dietro il pc, quindi ho un resoconto un po' svalvolato, che sto cercando di mettere insieme dopo una giornata, a dire il vero, pessima.

Ma se non oggi, mai, perché ho già rimandato abbastanza.

Allora, diciamo che di highlights ce ne sono stati una marea, delusioni pochissime, novità parecchie.

Tra le novità, per la prima volta posso affermare -- secoli dopo che il resto del mondo lo ha già fatto, of course -- di aver provato BlaBlaCar. E grazie a BlaBlaCar ho risparmiato un bel po' di eurini tra una città e l'altra.

Il giro: Sevilla-Cordoba-Granada-Ronda-Cadiz-Sevilla:


Come le ho scelte? A caso, principalmente, basandomi sulle reminiscenze scolastiche e sulla mappa illustrata dell'Andalusia che ha sormontato la porta di camera per anni, per poi essere sostituita da un poster del Senegal (?) e sparire per sempre.

Che dire di ognuna?

Intanto, nonostante sia atterrata a Siviglia, Siviglia l'ho fatta per ultima.

Ho iniziato con Cordoba, che sinceramente non mi ispirava per niente. Sì, va bene, c'è una moschea che in realtà è una cattedrale cristiana, e allora? E allora zitta, perché Cordoba mi è piaciuta tantissimo. Oserei dire che tra tutte le città che ho visto, è quella che mi è sembrata più "andalusa". Vicoletti bianchi, patii nascosti, mosaici e azulejos dappertutto, e la tortilla più buona di tutta la Spagna.

E la Mezquita? E la Mezquita, sti cazzi. E' che nei libri di scuola c'è sempre quella foto del cavolo con le arcate bianche e rosse e uno dice, bah, sai che roba. Poi però ci entri e madonna. Come introduzione a un'architettura (quella musulmana) della quale non sapevo niente di niente, Cordoba è fantastica.

Che altro ho adorato di Cordoba?
Il Guadalquivir. Che mi fa un po' ridere, perché sto fiume salta fuori in tutte le canzoni di flamenco (sospetto perché suona da dio... guadalkiviir), e un motivo ci sarà.

Il ponte romano che attraversa il G-vir è una gioia da percorrere, con tutto sto frondume (frondume?) che sorge sul letto del fiume, popolato da tante, tantissime, specie di uccelli e altre creature meno alate.

La highlight di Cordoba -- ex aequo con la Mezquita e la tortilla consumata sul muro che la circonda -- è stata un'esperienza che se potessi rifarei una volta alla settimana.

Ora, io non sono mai stata tipa da spa. Ok, la spa della Lush, che un po' considero ancora lavoro. E comunque, è una spa diversa. Dico le spa quelle normali, con la sauna che mi fa star male, il bagno turco non ne parliamo, e le coppiette che ti danno l'idea che si fanno le sopracciglia con le pinzette a vicenda.

Ecco, considerando le poche ma terribili esperienze già avute, con che coraggio vado io a infiltrarmi in un hammam?

E invece.

Se ci fosse un'espressione diametralmente contraria a "non l'avessi mai fatto", sarebbe quella che scriverei a caratteri cubitali nel mio diario di viaggio sotto la voce Cordoba.

L'hammam Al-Andalus è uno dei due posti più fighi che ho visitato in Andalusia (l'altro, diciamolo subito, è l'Alhambra). Non servita e riverita come nelle spa all'americana, ma lasciata per i cavoli miei, con a disposizione tre vasche di acqua tiepida, calda e fredda, infinite tazze di dolcissimo té alla menta e un massaggio di trenta minuti al profumo di ambra rossa.

A Cordoba ci sono stata solo un giorno e una sera, ma mi sono bastati. Ho fatto tutto quello che volevo fare: assistito a una performance di musica e danza araba nei giardini botanici, passeggiato lungo il Guadalquiviiiiir, visitato la Mezquita senza pagare alle otto del mattino, visitato l'Alcazar (che non vale la pena, se non per i giardini... ma neanche poi così tanto), provato duecento costumi in un subnegozio della Decathlon e fatto sguazzato per un'ora e mezza nella vasca di acqua temblada dell'hammam. Mangiato tortilla, comprato nacchere, e visitato i Baños Árabes sotterranei.

Next.

Granada.

Ah, Granada. Sono un po' incerta sull'esperienza granadina, a dire la verità. Togliendo l'Alhambra, della quale parlerò tra poco, sono rimasta un po' confusa da una città che mi aspettavo diversa. Più come Cordoba, meno come... come una grande città turistica. Grande, ma non enorme, e un po' difficile da inquadrare.

Ho gironzolato nell'Albayzin, da tutti decantato come il quartiere più bello della città, un portale di cultura araba indimenticabile. E, sì, ammetto di aver pensato "siamo sicuri di essere in Spagna?" in una via dell'Albayzin piena piena piena di bazaar arabi. Ma si è trattato di una via soltanto, in realtà.

Io che l'Albayzin l'ho scalato tutto, facendo avanti e indietro anche un paio di volte, ci sono rimasta un po' così. Se non altro, da lì si gode una vista dell'Alhambra che madre de dios.

E, allora, parliamo di questa Alhambra.

Una marea di gente che neanche Disneyland. Ma non così grande. Sei lasciato libero di fare quello che ti pare, purché in certi palazzi ci entri solo una volta (e si capisce perché, uno è tentato di entrare e uscire, rientrare per fare altre foto, etc.) e rispetti l'orario di ingresso ai Palazzi Nazarì.

Per il resto, è difficile descrivere l'Alhambra. Proprio proprio a volermi sforzare, lo definirei il sogno di uno scrittore inglese romantico di inizio ottocento. La cosa più vicina a Xanadu che mi venga in mente, ma con un'ostentazione mai, mai, kitsch. Esplosioni floreali, fontane disegnate col righello, e decorazioni murali diverse le une dalle altre.

Seriamente, ho fatto un book fotografico di autoscatti con la mia faccia su tutti i muri dell'Alhambra. Non ce n'è uno che si ripete.

Ma tutto di buon gusto. Non c'è un dettaglio che non mi sia piaciuto dell'Alhambra, ma capisco che alcune persone possano trovarla "un po' troppo troppo". Io no, e non mi piace il kitsch (eppure, vivo in Inghilterra. Sorvoliamo).

Se uno si prende il suo tempo, non dimentica di idratarsi (non ho ancora menzionato le temperature dell'Andalusia a giugno e non cadrò in tentazione. Insomma, ribadire che in Andalusia a giugno fa un caldo porco mi sembra un po' come convincervi che in Inghilterra c'è la pioggia, la nebbia, e una marea di partiti che hanno magicamente perso il loro leader dopo l'uscita dell'Unione Europea), e magari si mette anche a prendere il sole per un'oretta su uno dei tanti muretti o panchine nelle zone verdi dell'Alhambra, la visita perde tutto lo stress che ci si poteva aspettare e si può arrivare perfino a pensare "questa sì che è vita".

Highlights di Granada: oops I did it again. No, sul serio. Ci sono andata davvero di nuovo, ai bagni arabi. Quando ho scoperto che anche a Granada c'era un Al-Andalus mi sono fiondata in tempo per l'ultimissimo spazio disponibile, alle dieci di sera.

E che figata. Ancora più bello e grande di quello di Cordoba, con le decorazioni di gesso uguali uguali a quelle dei palazzi nazarì dell'Alhambra. Un posto incantevole, dove, tra l'altro, ho avuta una bella illuminazione sul romanzo che non deve essere nominato.

L'altra highlight di Granada è stato il cibo. Ora, andare a cercare ristoranti italiani in Spagna è un po' da deficienti, ma a) mi sono un po' cascati addosso e b) adesso vivo in Inghilterra, ogni scusa è più che buona per mangiare decentemente. Quindi, sì, ammetto che le highlight sono state i cannelloni ricotta e spinaci del delicatessen (ovvero gastronomia con un tavolino) Cacho y Pepe, e gli gnocchi agli spinaci di Viva Maria!. Non a caso tra i primi ristoranti consigliati sul Tripadvisor di Granada.

Cosa mi ha deluso di Granada? L'ostello. Insomma, ok che gli spagnoli voglia di lavorare non proprio, ma se proprio decidi che la reception dell'ostello chiude alle nove di sera, una telefonata fammela. Non lasciarmi fuori dal portone a farmi domande sulla mia esistenza, ma soprattutto, su come si apre il suddetto portone. (Alla fine sono stata salvata dal vicino di casa, un giovanotto con l'iPhone, la bicicletta col telaio -- sospetto -- di carbonio, e, more importantly, il numero di telefono della proprietaria dell'ostello.)

Ok, per ora mi fermo. La prossima puntata vedrà protagoniste Ronda e Cadice, e forse pure Siviglia, va'.

Guadalquiviiiiiiiiiiiiir a tutti quanti.