domenica 26 gennaio 2020

La Coastal Walkway, difficoltà: media. Ok. (Coromandel 3/3)

Quando uno parla di specie dominante per riferirsi all'essere umano, già parte male. Si tende a ignorare, per correttezza politica, che gli esseri umani non sono tutti uguali. Prima che pensiate che io abbia preso tendenze radicali alla Dumbledore e Grindelwald (for the greater good) vado diretta al punto di questo post, che vuole trattare di una subspecie degli homo sapiens.

L'escursionista. (Excursionista neozelandensis o alpinensis)


Ora, io, con tutta la conoscenza di biologia di una che ha fatto scienze della natura per due anni con una professoressa abbastanza hippie, mi rifiuto di credere che questi superuomini e superdonne e la sottoscritta condividano lo stesso patrimonio genetico. Più che altro lo dico per loro, eh. 


Mi inchino alla superiorità di questa specie, di cui ho avuto modo di incontrare diversi esemplari (ma non tanti!) durante l'escursione di oggi, sulla Coromandel Coastal Walkway.

Partiamo con ordine e diciamo che 1) la penisola del Coromandel (della quale, come avrete notato, ripeto il nome all'infinito per la pura ragione che mi piace come suona, un po' come Kasarhérou e escaquearse) si dilunga ben oltre il giro che ho fatto ieri, in una zona che è proibita dagli autonoleggi per via delle strade pericolose; e 2) per accedere a questa zona bisogna avvalersi di una guida (oppure possedere una jeep), e le compagnie locali sono due, Discover Coromandel e Coromandel Adventures.

Lasciando la scelta al caso, prenoto con la prima che risponde alla mia email, Coromandel Adventures. Ottime recensioni e mi pare di capire che i gruppi sono piccoli.



Siamo in cinque. Una coppia di americani, una coppia di tedeschi, e io. Più l'autista/guida, un quarantenne mezzo maori con un nome che più mainstream di così non si può (Steve). Steve fa spaccare dal ridere. Ha una vitalità che alle nove del mattino è quasi un'eresia, ma si fa perdonare semplicemente con la sua disposizione solare e la sua conoscenza illimitata del territorio e della lingua.

Dopo neanche mezz'ora sul minibus, ha già tirato fuori miti, leggende, traduzioni di toponimi maori (puro estetismo alle mie orecchie) e chiesto a tutti qual è il nostro gusto di gelato preferito (ho detto caffè, ma in realtà è la liquirizia). Steve fa qualche sosta lungo la strada non solo per buttarci lì a scattare qualche fotografia, ma per raccontare le cose davvero più interessanti: la corsa all'oro, la deforestazione, l'arrivo in massa degli hippie negli anni '60 e la loro grandiosa opera di rimboschimento, le malattie degli immensi kauri (ragion per cui a ogni parco nazionale mi è stato chiesto di spazzolare le suole delle scarpe e spruzzare un disinfettante contro la malattia kauri dieback, che impedisce ai poveri alberi di estrarre acqua e nutrienti dal suolo.

L'itinerario previsto è il seguente: si parte da Coromandel Town alle 9 (a un'ora e un quarto da dove sto io), si guida fino a un capo della Coastal Walkway, Stony Bay, e poi lui ci viene a riprendere a Fletcher Bay, l'altro capo, quattro ore dopo.


La camminata, ci assicura, dura tre ore e mezza nel peggiore dei casi.


Ha!


Questi non hanno ancora avuto l'onore di conoscere il peggiore dei casi.

Le mie incapacità sportive sono leggendarie. Arrivata penultima su un centinaio di studenti delle medie alla corsa campestre per due anni di fila; realizzato il peggior punteggio della classe su maratona, sprint e ostacoli negli esami di educazione fisica alle superiori; finita in fondo alla fila di qualsiasi escursione delle poche alle quali mi hanno sottoposto durante gli anni (vaghi ricordi di gite in montagna con l'oratorio, un percorso di leadership sul Resegone in compagnia di quei fulminati del Rotaract di Milano... don't ask; perfino sugli educati rilievi scozzesi arrivavo a tenermi la milza). Un curriculum di un certo rispetto.

Ora, prima che vengano a rompermi i coglioni con la storia del "eh ma certo se non sei allenata..." etc., vorrei puntualizzare che: 1) che ci crediate o no, in diversi punti della mia vita io sono stata allenata. Ero una ginnasta, for god's sake. 2) Ho osservato diversi conoscenti (coi quali, chissà perché, non ero poi così tanto amica) passare l'intero anno scolastico sdraiati sul divano, divorando Nutella a cucchiaiate, mangiando schifezze dal McDonald una volta alla settimana, e non facendo neanche l'ombra di uno sforzo per mesi, sprintare in cima al Monte Rosa senza neanche produrre una goccia di sudore, oppure vincere la corsa campestre quando l'occasione lo richiedeva.

Come è chiaro a chi legge, non nutro assolutamente alcun tipo di risentimento per questa sottospecie di criminali genetici. (!) Tanto non è di loro che stiamo parlando.


Stiamo parlando invece di semidivinità che solcano il sentiero della Coastal Walkway, gli uomini portando gli zaini e le donne usando le racchette. Pelle abbronzata, peli biondi sulla braccia, tratti fisionomici da fare arrossire chi guarda. Sempre sorridenti. 

Parlano del più e del meno, loro, come se quella camminata di tre ore e mezza, forse meno, richieda loro lo stesso sforzo di cambiare canale o aprire e chiudere un barattolo di Nutella (ogni riferimento, etc.). Ma non è così.

Lasciatemi dire, intanto, che non solo la guida aveva una visione abbastanza ottimistica dei miei tempi di arrivo, ma anche i vari cartelli disseminati sul sentiero.


"Il prossimo belvedere: 1h". Eh, no, Un'ora passa e il belvedere io lo vedo col binocolo.


"Poley Beach, 1 min; Fletcher Bay, 1h." La spiaggia la vedo dopo un quarto d'ora. La baia di arrivo lasciamo perdere.


Ed è proprio Poley Beach che in fondo ha rovinato tutto, perché, honest to god, io fino a un certo punto me la stavo cavando alla grande. Volontariamente senza musica nelle orecchie, solo ed esclusivamente in compagnia dei pensieri della sottoscritta, per la prima ora del sentiero avevo marciato speranzosamente, ricambiando il saluto degli escursionisti, una pratica che quasi mi fa sentire di appartenere a una gang (immagina poi se uno fa il paragone con gli inglesi, che fanno fatica a darsi il buongiorno tra colleghi, amici e parenti, figuriamoci con dei completi sconosciuti). 

Ammetto che per la prima ora ero addirittura arrivata a dirmi "tutto qui?". Un paio di ragazze dal naso bruciato e il pantaloncino che più corto di così diventa una presina passano il tempo a giocare a I Spy with My Little Eye, che è un po' nostro bastimento carico carico di.

Io spio, con l'occhietto mio… una cosa che inizia per "f".

Felci. Felci ovunque. Non c'è da stupirsi se l'hanno pure messa sulla bandiera nazionale, dato che gli neozelandesi vivono circondati dalle felci (non mi lamento affatto, anzi: a me le felci piacciono e fanno una gradevole ombra, ben accolta coi trenta gradi di oggi sotto il buco dell'ozono).




Cammino tra le felci per più di un'ora e non succede niente. A un'ora e tre quarti, solo un quarto d'ora in ritardo sulla tabella di marcia, arrivo al primo belvedere. Salire è una bella sfida, e ne consegue che la mia bottiglietta d'acqua si svuota pericolosamente in fretta e fontane non ce ne sono. Godendo del paesaggio finché posso, ne approfitto per consumare il mio pranzo, che consiste in una spiaccicata barretta ai cereali, miele, semi vari e indistinguibile frutta secca.




Avendo cura di non dislocarmi un ginocchio o una caviglia, scendo al sentiero principale, e, passate le felci, finalmente cominciano i paesaggi da "location cinematografica" come promesso dalla brochure e da Steve, che con accento neozelandese promette che "you're gonna have a wonderful time".






Sulle location non ce n'è niente da dire, difficilmente ho visto posti più belli di questi e vedute così isolate dalla civilizzazione. I promontori, gli scogli, sono così vicini da poterli toccare. Sul wonderful time...

Inizia una discesa, ma non mi faccio ingannare perché so che siamo a due ore e mezza dalla spiaggia di arrivo per cui guardo abbastanza con sospetto il lungo sentiero davanti a me. Ecco il famoso cartello "Poley Beach, 1 min". Vedo la caletta che penso sia Poley Beach, ma non trovo il sentiero di ingresso. Giro un po' a vuoto, mi lascio prendere dallo sconforto (e non ho ancora visto niente). Un excursionista si ferma a chiacchierare (la moglie, invece, a riprendere fiato); è uno che non ha mai fatto questa particolare camminate ma è un gran fan del bush. 

Io pensavo che il bush fosse l'entroterra australiano (da vaghe reminiscenze geografiche), ma deduco che intenda qualsiasi paesaggio o sentiero immerso nella natura. Dice che il bush fa bene al cuore e fa bene all'anima.

All'anima, ripeto io nella testa, ma suona più come un'imprecazione.

Morale, Poley Beach non l'ho più vista, ma sono sicura di essere sul sentiero giusto del ritorno (almeno quello!), perché comincia a rialzarsi. E qui è quando io muoio. 

Impossibile ricordare tutto quello che mi è passato nella testa nell'eternità (mezzora) che ho passato a trascinarmi lungo la salita (ah, e ci terrei a ricordare che fa un caldo che neanche la Valle dei Templi a Ferragosto). Immagino di aver creato diversi scenari, tipo io che chiamo l'111 e mi faccio venire a prendere in elicottero, a causa di un malore. Mi vengono in mente tutte le discussioni che non ho mai avuto il coraggio di avere, tutti i "fai quel cazzo che vuoi" che mi sono tenuta dentro, tutte le delusioni e le rotture più o meno dall'asilo a un mese fa.

Ma sopravvivo, eh (regola numero uno, ricordiamo). Arrivo alla fine della salita e al prossimo cartello, che indica che c'è ancora un'ora alla fine del percorso (sì, come no). Ma non mi posso lamentare, perché è abbastanza in piano, anche se in pieno sole e io non ho più acqua. Un paio di semidivinità next level mi superano facendo jogging. Non li mando a cagare solo perché sono a corto di fiato. L'ultimo pezzo lo faccio quasi di corsa pure io perché un calabrone impazzito si è infatuato della mia bandana.

Ma la vista è questa qui.






Steve ci aspetta alla baia di arrivo, gli americani sono già lì, la coppia di tedeschi ancora non è arrivata. Non mi faccio illusioni: si saranno fermati a prendere il sole o a sguazzare a Poley Beach, come avrei fatto io se avessi trovato il sentiero. Spiritualmente, sono ancora l'ultima della classe.

Steve ci serve tè e biscotti e ci lascia pucciare i piedi a Fletcher's Bay, promettendoci una spiaggia ancora più bella a tre chilometri di distanza, e possiamo scegliere (thank god) di andarci a piedi con una scalinata di centocinquanta scalini e un sentiero assolato con vista sul paradiso (e ok) oppure di farci portare da lui e risparmiarci un'ora di camminata, che possiamo dedicare allo sguazzo o, se preferiamo, alla meditazione.

Che cos'avrò mai scelto di fare?



Prima di arrivare a Cape Colville, Steve fa un'ultima, brevissima sosta nel punto panoramico più a nord del Coromandel, e ringrazio il divino buonsenso che mi ha fatto scegliere Coromandel Adventures al posto che infilarmi in gran pasticcio con la macchina in questa zona selvaggia.




Oh, mi sono divertita.




sabato 25 gennaio 2020

...All the Difference (Coromandel 2/3)

Sento la necessità di prendere un attimo il respiro, perché non voglio che questo blog diventi l'ennesimo compito sulla mia inarrestabile lista delle cose da fare. Però questo post lo devo scrivere adesso, quando la pelle brucia ancora a un'ora dal tramonto e i ricordi di questa giornata sono ancora multisensoriali e non ridotti a un bozzetto acquerellato privo di suoni e di odori.

Chiedo scusa in anticipo se divagherò, ignorerò qualsiasi norma narrativa riguardo ordine cronologico, trama e intreccio, e se ciò che ne risulterà sarà in fondo una sequenza di luoghi, anzi Luoghi (in contrapposizione ai non-luoghi di Augé) e riflessioni vagamente postuniversitarie.

Inizio con una citazione-definizione, come si iniziano i temi di italiano che già sappiamo non prenderanno più di sette (il sopracciglio del professore si alza alla prima menzione dello Zanichelli, e sospira al chiudersi i caporali della cit.):

«La penisola di Coromandel (Te Tara-o-te-ika-o-Māui in lingua māori) è una penisola montagnosa protesa per 85 chilometri nell'oceano Pacifico situata nel nord-ovest dell'Isola del Nord della Nuova Zelanda.»


Coromandel, lo ripeto nella mente ogni volta cambiando l'accento e l'inflessione a scimmiottare quella neozelandese o prendere per il culo quella britannica. 

/ˌkɒrəˈmand(ə)l/ Coromandel
/ˌkɒrəmanˈdɛl/Coromandel

Solo la ricerca etimologica restituisce tutta la carica relazionale che Augé definisce indispensabile per fare di un luogo un Luogo (non cit., qui sono io che interpreto a ruota libera): prende il nome da una nave (come tanti altri luoghi qui in NZ, e.g. Miranda), la HMS Coromandel, che a sua volta prende il nome da una costa indiana, così trascritta dagli esploratori portoghesi che non conoscevano il nome originale, Cholamandalam o Kurumandalam (terra dei Chola/regno dei Kuru, a seconda di a chi volete credere).

Dei portoghesi e l'India ho pronta una citazione di Tabucchi, che li conferma come degli esploratori intolleranti e fanatici, ma che "probabilmente per la prima volta concepirono il cosmo come un'idea terribile e assurda e capirono di essere stupidi, limitati e ottimisti".

E qui, nella Penisola del Coromandel, non si può che sentirsi stupidi, limitati e ottimisti. 

Stupidi e limitati perché pare che la comprensione della bellezza sia anche una dote intellettiva, la cui mancanza o inadeguatezza rivela un limite personale. Ottimisti perché ci lasciamo la penisola alle spalle nella convinzione di essersela goduta, di aver guidato, camminato, fotografato il più possibile, ignorando quel sussurro proveniente dalla terra stessa che insiste affermando che non abbiamo capito niente.


Non so che cos'abbia di strano questo luogo, forse le difficoltà delle strade, tortuose e alte, a bordo del precipizio, o strette e scoscese, o la drammaticità del paesaggio che cambia a ogni curva, ma ritorno a casa con il presentimento che mi sia sfuggito qualcosa, che abbia mancato, come si manca un'uscita in autostrada, il Paesaggio Fondamentale, il pezzo finale del puzzle che è, in fondo, un luogo come un altro. 

Eppure ho cercato di abbracciarla e forse mi sono spinta davvero al limite delle mie capacità, completando una spedizione di tredici ore (dalle sette e mezza di questa mattina al tramonto) e spuntando, una dopo l'altra, TUTTE le caselle della mia lista di sfide personali che hanno a che fare con la guida. Sono partita questa mattina con un po' di malessere, come se sapessi già che tanto non sarei riuscita a vedere tutto quello che avrei voluto vedere, ma sono riuscita a sorprendermi lo stesso.

Ho puntato al punto più a nord che potessi raggiungere senza oltrepassare il limite imposto dall'autonoleggio, che non offre assicurazione sulle strade sterrate del nord della penisola (su questo punto ci tornerò dopo). Non solo a nord, ma a est, perché da quanto si evince in praticamente ogni guida o blog di viaggio, la real stuff sta a est, diametralmente opposta a Thames, il mio quartiere generale.

Allora affronto la mia prima tratta, da Thames a Whangapoua, luogo un po' scelto a caso perché vicino alla New Chum Beach, una spiaggia seclusa che si raggiunge solo a piedi attraverso una baia, camminando in parte su un promontorio di scogli. Sono quasi due ore, mica l'oretta e venti promessa da Google Maps, perché non tiene conto dei tornanti, delle strade sull'orlo del precipizio, e dei gipponi con rimorchio che ti intimano a spostarti su una delle piazzole per non impedire la loro corsa a 100 km/h. 

Arrivo alla baia poco prima delle dieci, e ci vuole mezzora di scarpinata sulle rocce per arrivare alla spiaggia, a quell'ora quasi deserta (c'è giusto una coppia e un gruppetto di giovani). Mi fermo, prendo il fiato, scatto foto. Mi siedo a prendere appunti perché c'è un'altra "commissione" (una che ha una scadenza, il trentuno gennaio) che mi preme e non ho più scuse per rimandare. Assorbo la tranquillità sapendo che tra poco la spiaggia si riempirà e mi toccherà andare.





Ma al posto della tranquillità, complice quelle note di scrittura automatica sulla Sicilia, germoglia la saudade, e qui mi incazzo un po' perché non è neanche mezzogiorno e in che stato arrivo al tramonto se già sono in pieno stato emotivo per cui né l'italiano né l'inglese hanno parole, ma il portoghese e il giapponese sì (mono no aware).

(soste panoramiche nel tragitto)

Ritornando indietro, mi convinco che forse mettere qualcosa nello stomaco può aiutare a distrarmi dalle mie tristi sensazioni, e mi fermo nell'assurda Whitianga, forse quanto di più distante dall'idea che mi ero fatta del Coromandel -- un insediamento puramente commerciale,  affollato di turisti non credere (l'unica spiegazione possibile è che siano tutti lì per mangiare). Mi fermo giusto un'ora, il tempo di un'omelette a spinaci e salmone in un deli francese dal nome e l'aspetto un po' pretenzioso French Fig. Il pranzo merita, e il resto del tempo nel café lo scelgo di dedicare alla lettura (Big Magic, Liz Gilbert) e alla digestione, lontano dal sole cocente.

Mi rimetto in viaggio, seguendo stavolta il gregge, verso i due luoghi più iconici e assolutamente imperdibili della penisola: Cathedral Cove e Hot Water Beach.

Mezzora di macchina, più dieci minuti di navetta fino all'inizio di un sentiero che in soli quaranta minuti porta a Cathedral Cove. Venduta benissimo, fino a che non ci si rende conto che (scegli l'opzione esatta):

a) Mi sono dimenticata di pagare il parcheggio, per cui parto con l'ansia che troverò una multa al mio ritorno
b) Ho lasciato l'acqua in macchina e ci sono trenta gradi e zero chioschi
c) Il sentiero è un saliscendi scosceso che termina con centosessanta scalini che mi aspettano al ritorno
d) All of the above

Insomma, con la disidratazione e il caldo, per non parlare dell'affollamento ai limiti dell'assurdo (seriamente, non ho idea di quante famiglie con tre o più figli ho visto percorrere il sentiero, e quanti genitori con figli e borse frigo in spalla, mentre io mi tenevo la milza ansimando come Bellosguardo quando duella contro il pilastro di legno alla corte del principe Giovanni), non è che Cathedral Cove mi faccia cadere la mascella. Un po' un rischio dei luoghi inflazionati, ma il rischio opposto è sempre quello di evitare e rimanere col dubbio per tutta la vita.




(E il parcheggio? Era gratis.)

Hot Water Beach è già meglio, anche se non posso dire di aver provato l'esperienza che dà il nome alla spiaggia, quella di spalare buche nella sabbia per fare emergere le sorgenti di acqua termale (a 45-60° vorrei fare notare) come gran parte dei turisti che sono lì. Diciamo che ero incuriosita dal fenomeno, ma ho preso la spiaggia per una spiaggia come tante e mi sono dedicata a farmi maltrattare un po' dai cavalloni giganti, rinfrescandomi dopo le gran scarpinate/corse in auto della giornata.


Ridendo e scherzando si sono fatte le cinque e mezza, e mi dispiace ritornare indietro così presto perché so che una volta a casa, dopo la doccia, smetterò di funzionare e sarò tentata dal letto, scombussolando poi il mio ritmo circadiano (che per me è sempre stato più circassiano). Sfoglio velocemente la Lonely Planet e scelgo un punto sulla mappa segnalato come di interesse, cosciente che questo può voler dire tutto e niente.

Una scommessa con una posta in gioco mica da ridere, dato che Opoutere è a un'altra ora di distanza e il sole sta cominciando a scendere. Ma, come scrive Tabucchi, che mi accompagna fedele:

Il canto delle sirene può essere fatale ma non ascoltarlo è da pavidi, quando si è davvero in viaggio. 

Sono felice di aver lasciato che un autore passato a miglior vita non da troppo tempo abbia deciso per me. Anzi, quando intraprendo l'ennesimo sentiero che attraversa una palude e una pineta, il cui profumo di resina mi riporta di nuovo alla Sicilia (ora sì che la saudade di questa mattina acquista un senso, forse era un segnale dell'universo, un avvertimento che mi preparava alla saudade vera e propria, quella che colpisce con maggiore intensità all'ora del tramonto), mi vengono in mente quei versi di Robert Frost, forse un po' cliché, ma non decido io quale Poeta Morto si presenta, non convocato, nella testa:

[…]
I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I—
I took the one less traveled by,
And that has made… 






ALL the difference.




venerdì 24 gennaio 2020

Searching for Miranda (Coromandel 1/3)

Data la gran pubblicità che la mia ex capa Kath mi ha fatto della penisola di Coromandel, per sicurezza ho prenotato per tre notti a Thames, cittadina che mi servirà da quartier generale per esplorare la vasta, e largamente sterrata, Coromandel.

Oggi è stata una giornata un po' di passaggio, né carne né pesce, nel senso che venivo da due ore di strada sotto la pioggia da Orewa a Thames (dove miracolosamente è rispuntato il sole) e mi sentivo un po' bloccata -- che fare, quando la giornata era ormai a metà (pensava lei, alle undici del mattino...)?

Così mi informo con la curiosa proprietaria del bed&breakfast e mi faccio consigliare dove poter passare il pomeriggio, senza dover guidare fino alla costa. Mi raccomanda la Kauaeranga Valley... un altro parco nazionale.

E vabbé, visto che le prossime tappe del tour saranno molto più strutturate e con molto meno tempo per cazzeggiare sui monti con Annette, seguo il consiglio e mi faccio indicare dalla ranger un paio di camminate sotto i sessanta i minuti (per il semplice motivo che ci sono trenta gradi e non sono in vena di assolarmi nel mezzo del boscoso nulla nei pressi dei coromandelliani Pinnacles). Ne scelgo tre, una camminata fino a un belvedere sul Pinnacle, una fino a una piscina naturale nella quale ragazzini incoscienti si buttano a bomba da altezze sconsiderate, e una fino a una ricostruzione funzionante di una diga ai tempi in cui la penisola era meta ricercata dei cercatori d'oro (concetto su cui è basata l'intera esistenza di Thames, che come città non ha niente, a parte TRE musei sull'estrazione dell'oro).







A parte camminare e ascoltare Stephen Fry, c'è poco da riportare. Verso le quattro e mezza sono un po' punto e a capo. C'è il sole alto, fa ancora caldo, ma so che la mia autonomia è limitata (soprattutto perché stamattina ho guidato due ore, poi ho fatto e avanti indietro su strade di montagna per andare alla valle, e poi camminato), quindi mi lascio tentare da un volantino trovato chissà dove che pubblicizzava le vicine Miranda Hot Springs.



Ok, ci sono tipo trenta gradi. Però sempre di piscine si tratta, e in effetti ponderando sulle mie opzioni non mi viene in mente nient'altro che mi vada di fare. Per cui hot springs siano. Stanno a mezzora di strada, ma qua guidare è letteralmente una passeggiata tra i campi, su strade molto più dritte di quelle a nord di Auckland e meno trafficate.



Anche sulle sorgenti, ben poco da dire. Sto a mollo un'oretta e mezza, sentendomi un po' gallina in brodo, un po' Theodore nel pentolone dei cannibali (quanto poco politicamente corretta è la Chipmunks Adventure a distanza di poco più di trent'anni...), leggendo Big Magic della Liz Gilbert, che è un po' la voce della mia coscienza degli ultimi mesi nonostante la sua americanità (che colpa ne ha lei se è alta, bionda, magra, bella e di successo? Almeno sembra avere il cuore e il cervello al posto giusto).

Prima di ritornare al B&B, visto che sono nei pressi di un altro villaggio, penso che sarebbe carino esplorarlo. Imposto 'Miranda' sul navigatore, e dopo cinque minuti mi segnala che siamo arrivati. Il GPS dev'essersi confuso, perché nel luogo segnalato c'è una strada, un elettrauto e due case. Dato che la strada è unica, non devo fare altro che percorrerla e prima o poi arriverò al villaggio. 

Passati venti minuti, consulto la mappa (eh sì, la mappa in carta e ossa) e mi rendo conto di aver passato Miranda da un pezzo. Inversione e ritorno nei pressi di quello che il GPS si ostina a chiamare Miranda. Niente da fare, Miranda non c'è o non si vuole fare trovare, oppure è tutto qui, non il pittoresco villaggio che ci si aspetta da un nome così shakespeariano.

Finisco a guidare un po' a caso a Thames, nella speranza che improvvisamente si tramuti da bruco a farfalla nell'ora dorata del tramonto, e che in fondo in fondo se uno si ricorda di alzare la testa ogni tanto qualche cosa di bello si trova anche nell'ordinario, nelle zone di passaggio, nel silenzio che regna laddove si udiva il canto delle sirene.



giovedì 23 gennaio 2020

Ricaricarsi a Orewa

Come recita il titolo, a Orewa non ho fatto grandi pazzie, ma più che altro mi sono riposata dal gran movimento degli ultimi giorni. Quindi abbiamo pazienza se non ci sono colpi di scena, ma solo scene da tranquilla vita da sobborgo marittimo a un'ora da Auckland.

Ieri mattina, altra sveglia all'alba, così penso bene di improvvisare una sosta tra Waipu e la mia prossima destinazione, Orewa. Qua improvvisare non è difficile, basta guardare la mappa e scegliere un qualsiasi parco nazionale con la scritta in verde e in corsivo, così scelgo quello più vicino a me, Mangawhai Heads, che è un'altra bella spiaggia e baia, già piena di surfisti alle otto del mattino.




Una parentesi sui surfisti. Ma com'è che a noi in estate ci mandavano all'o-ra-to-rio fe-ria-le e ai bambini neozelandesi li mandano a scuola di surf? Ci sarà forse un collegamento sul progresso intellettivo di questi bambini e della società neozelandese in generale? Cibo per pensiero, cibo per pensiero.

Da Mangawhai a Orewa c'è meno di un'oretta, e appena arrivo in realtà mi fiondo nella stanza in affitto per SVACCARMI, lusso che ancora non ci era stato concesso. Non ho voglia di fare niente. Se avessi una play station, ci giocherei. La scusa è che è nuvoloso, ma forse ci sono un po' rimasta male dall'aspetto riminoso di Orewa, di cui ho solo visto la strada centrale, una roba piena di negozi e ristoranti che non mi aspettavo.

Così attendo, mi faccio un pisolo, riordino le mie cose nella valigia, che ha visto giorni migliori, e verso le quattro e mezza finalmente mi decido a iniziare la circospezione. Sono decisa ad andare in spiaggia, così per farmi un giorno, non tanto per bagnarmi perché non ho il costume (e ci sono le nuvole, ciccina). Ma sulla strada che porta in spiaggia vengo distratta dalla visione celestiale di un posto magico… la biblioteca!!


La biblioteca di Orewa è tenera. Ha proprio l'aspetto da branch library, e infatti appartiene al circuito di Auckland, con i suoi display un po' datati ma lo spirito comunitario per cui ogni bibliotecario conosce tutti gli utenti per nome e cognome, a eccezione della sottoscritta.

Con un po' di faccia da culo, mi procuro delle credenziali di accesso ai servizi online della biblioteca: ufficialmente sono un membro di Auckland Libraries! Oh yeah. Posso ascoltarmi gli audiolibri, finalmente, visto che noi a Norfolk Libraries non abbiamo i soldi per comprare le licenze degli audiolibri.

Sto in biblioteca a leggere libri di poeti locali giusto per una mezzoretta perché poi chiude, ma mi riprometto di ritornare il giorno dopo. Ho un quaderno vuoto che sto tenendo da parte per raccogliere tutti i materiali del mio viaggio e un paio d'ore di crafting contemplativo non me le toglie nessuno.

Prima però, dobbiamo vedere questa benedetta spiaggia. Che dire. Non esattamente una ciofeca, ma dato che gli standard qua sono altissimi, direi che Orewa si difende abbastanza dignitosamente, con il suo litorale chilometrico, i cavalloni, i surfisti, e un lungomare attrezzatissimo.



A cena mi fermo in una tasca spagnola, dove si piangono lacrime di commozione per la qualità del cibo e l'abbinamento fusion di sapori sulla carta improbabili ma sorprendenti al palato. 

La sera rompo il tacito accordo per cui sarei stata lontana dagli schermi e approfitto del megatv che ho in camera per aggiornarmi sulla televisione kiwi. Per pura coincidenza, becco un titolo che non mi è nuovo, era in programma a Auckland nel festival Movies in the Park ma io non ci sarei stata per vederlo. Guardiamoci questo film kiwi, allora.

Oh, a me è piaciuto. Mi sono persa dei pezzi perché l'accento era davvero forte, ma il senso generale è che il sangue è più denso dell'acqua, come dicono gli inglesi. Discutibile, eh.

Come in preda a un incantesimo per cui improvvisamente la mia costanza viene premiata da sveglia quotidiana alle cinque e mezza, colgo l'occasione stamattina e guido un po' fuori da Orewa, fino al parco nazionale (un altro! e domani, guess what?) Wenderholm. 

E durante il tragitto indovina cosa becco? IL PALLINO ROSSO A FILO ORIZZONTE


Eh, sì, non potevo resistere, tant'è che ho tirato fuori pure la Polaroid (che poi la foto è venuta tutta scura, ma si era capito che noi due non ci intendiamo granché). 

A Wenderhom seguo il percorso tracciato di due ore, giusto in tempo per salire sulla scogliera, fare qualche foto, scendere, fare colazione di fronte al sole che sbriluccica sul mare. Il sentiero sembra conoscermi e mi offre suggerimenti motivazionali mentre riprendo il fiato.



Ogni tanto, su in cima, mi ripeto pazzesco a ogni belvedere e ogni paesaggio. Pazzesco, perché sospetto che essere esposti a tutta 'sta bellezza continuamente può solo portare alla pazzia.






Torno a Orewa in tempo per l'apertura della biblioteca alle nove e mezza.

Gliel'avevo promesso alle bibliotecarie, per cui mi presento con tutto il mio ambaradan di forbici, colla, brochure, pennarelli, etc. Per due ore, non mi si può disturbare. Sto creando.

Sarei tornata dallo spagnolo a mangiare ma apriva solo la sera, per cui a pranzo sono dal greco. Seriamente, ma com'è che nessuna guida menziona quanto sono bravi in cucina gli neozelandesi (anche se non solo tali)? Touch wood, ma non ho mangiato male mezza volta.

Passo il resto della giornata in spiaggia. Faccio pure il bagno, perché sarebbe assurdo non farlo. 




Tornata al B&B, faccio amicizia con uno dei coinquilini permanenti, e chiacchieriamo sulle prossime tappe.

Orewa così. Onestamente non pretenziosa, eppure servita al suo scopo. Poesie, buon cibo, arte, qualche camminata, e bella compagnia.