giovedì 2 luglio 2015

#ThrowbackThursday Rocca Reina

Ho rimandato questo post per più di un mese, ormai, e le conseguenze si sono viste.

Avevo delle foto, delle foto stupende di questo posto incastonato sui monti sicani dell'entroterra siciliano, ma sono andate perse per mia distrazione.

Per non affidarmi a foto di terzi, dovrete fare lo sforzo di chiamare la vostra immaginazione a figurarsi quello che è un posto alieno alla realtà dell'entroterra siciliano, benedetto dalla bellezza e dalle antiche culture che lì si sono incrociate, ma sfigurato da un ben altro tipo di cultura, quella dell'invidia, la piaga più inestirpabile che in Sicilia si tramanda verticalmente, di generazione in generazione, come li cunti, le tradizioni e le ricette della nonna.

Chiusa questa parentesi sulla nostra Sicilia dolorosa, voglio spendere due parole per questo posto, sperando che qualcuno lo cerchi su Google e trovi questo post.

Rocca Reina.

Innanzitutto dove si trova: a Santo Stefano Quisquina, tra Palermo e Agrigento.

Cos'è. Una fattoria didattica, un museo a cielo aperto, una proprietà pastorizia... No, faccio prima a dire chi è.

Rocca Reina è Lorenzo Reina, pastore e artista. Un pastore che ha promesso al padre di non far morire un'attività portata avanti da chissà quante generazioni e un artista che ha imparato che si può fare arte con il territorio, sul territorio e per il territorio.

Cosa troverete a Rocca Reina.

Opere d'arte dappertutto. Sparse sul territorio della Rocca, così come racchiuse in un m(a)us(ol)eo a pianta ottagonale (anch'esso una piccola opera d'arte).

Un piccolo anfiteatro di pietra. Arrivati al teatro, non potrete non immaginarvi Lorenzo che, una dopo l'altra, posa le pietre dell'anfiteatro e monta la porta di ferro battuto che lo chiude. Dal teatro, nelle giornate belle si può vedere perfino il mare, a chilometri e chilometri di distanza. Nelle giornate brutte, le montagne e colline intorno vengono avvolte dalla bruma, immergendo il teatro in un'atmosfera che si presta alla più straziante delle tragedie greche.

Asini. Asini, perché Lorenzo, non dimentichiamolo, è ancora un pastore, e di tanto in tanto si diverte a mostrare i suoi asini ai bambini, che non hanno ancora sviluppato un occhio per l'arte, ma che sanno benissimo che la Natura è la madre di tutte le arti.

Lorenzo Reina. Non mi va di raccontarvi la sua storia, perché ha molto più senso che lo faccia lui. Lo troverete lì, a Rocca Reina, a badare agli asini o lì al teatro a guardare il mare.

[Che poi, le foto le ho trovate. Here's a treat.]





domenica 10 maggio 2015

Paradise Lost: la Valle dei Templi

Con un po’ di giorni di ritardo, cerco di fare il resoconto della giornata di mercoledì scorso, 6 maggio 2015.

Delusa dall’assoluta mancanza di iniziativa di chiunque, mi sono presa la briga di disturbare il mio cugino del cuore, Gioacchino, attualmente direttore di un hotel a Villaggio Mosè, Agrigento. Gli ho chiesto quando sarebbe andato ad Agrigento di mattina, e mi ha portato con lui al suo hotel.

Dopo un viaggio curvoso e abbastanza nauseante, siamo arrivati ad Agrigento alle sette e mezza di mattina, ovvero quando la città è ancora in piena fase REM, così mi ha proposto di fermarmi un pochino a fare colazione in hotel, prima di partire alla ventura. Come dire di no, visto che non capita mai?

Sostanziosa colazione a buffet in compagnia di un’orda di ragazzini delle medie in gita, seguita da un’oretta di lettura a bordo piscina di The Creative Writing Coursebook, altra Bibbia che, insieme a Cowan, sta arricchendo questo writer’s retreat di ottimi consigli e metaforiche pacche sul sedere.

Per arrivare alla Valle dei Templi, il MUST di Agrigento, c’è un solo autobus (la linea 2), che teoricamente passa ogni mezzora. Praticamente passa quannu agghè agghè, “quando è, è”, e ci siamo capiti.


La Valle dei Templi nasconde un tesoro che non ricordavo dalle escursioni estive con i miei (promemoria: “Valle dei Templi” e “agosto” sono pericolosi nella stessa frase). Questo Eden in terra, per essere banali, si chiama Giardino della Kolymbetra, e si capisce che è speciale perché viene citato anche dal commissario Montalbano in non mi ricordo che racconto/romanzo (e Camilleri è la massima autorità in Siculologia).

La Kolymbetra era un’enorme vasca alimentata da un acquedotto che gli agrigentini hanno avuto il buon cuore di non toccare. La vasca non c’è più, ed è stata sostituita da un giardino botanico gigantesco, dove non manca nessuna delle piante locali. Ulivi, ulivi everywhere (e io ho scoperto che mi piace fotografarli). Aranci, mandorli, melograni, pistacchi, chinotti, sorbi… C’è di tutto, e ogni specie è rigorosamente corredata di cartellino per i non addetti alla botanica.


Diciamo la verità, io sono la classica persona che è affascinata dagli orti botanici, ma che spesso e volentieri ne rimane delusa. È capitato a Parigi, a Norwich, a Milano, e forse anche in Spagna non mi ricordo dove. Il Giardino della Kolymbetra però è davvero spettacolare. Non aspettatevi filari di rose e fioruccioli decorativi, ma un vero e proprio microhabitat siciliano, dove crescono piante della macchia, della campagna, e della costa.


Il resto della Valle dei Templi è sempre lo stesso. Ovviamente ho beccato il giorno più caldo di maggio (35°) e l’ho visitata come da tradizione della famiglia Traina: arrancando sotto il sole, coi pantaloni arrotolati al ginocchio (e i polpacci sporchi di polvere dopo minuti due), e un paio di scarpe da buttare alla fine della visita.


Il risultato: nonostante la crema solare (SPF 15, d’altra parte), a mezzogiorno avevo già la pelle di spalle, braccia e viso, color etichetta della Coca Cola (le tradizioni sono tradizioni, e come tali vanno rispettate).


Che dire della Valle dei Templi, in sé? Che chi non c’è mai stato dovrebbe farsi un favore e visitarla. (In primavera, for God’s sake). Forse perché i Greci erano l’argomento di storia più figo delle elementari (sorry, fan degli Egizi), forse perché pensare che quella roba lì ha più di duemila anni, e tu ne hai venticinque, e se va bene tra settantacinque anni (sparo alto) sarai già la polvere che sporcherà i polpacci di qualcun altro… Non so, la Valle dei Templi è così.   


La odi, perché fa caldo, ci sono pochi alberi dove ripararsi, non c’è una fontana neanche a pagarla oro (COMUNE DI AGRIGENTO, PARLIAMONE), e i turisti che parlano a telefono, o urlano, o salgono in piedi sulle rovine, vorresti ammazzarli tutti a sprangate con i rami di ulivo spezzati per terra.


La ami, perché è bellissima. È bellissima sotto il sole pieno, o sotto l’ombra azzurrina del mattino, o nella luce arancione del tramonto.


Che ognuno trovi il suo motivo, ma la vada a visitare.

Finita la mia escursione mattutina, un’altra ora di attesa al sole per prendere la benedetta linea 2, che mi porterà in centro città dove costaterò che purtroppo Agrigento potrebbe essere la città più bella della Sicilia e invece non lo è, piagata dal traffico, dalle persone scortesi, dalle costruzioni imbarazzanti.

Dopo un panino con la salsiccia al bar, scappo a San Leone con un’altra linea, la 3/, che mi assicura che mi porta sul lungomare. Dalla cartina ho in mano, lungomare = spiagge, purtroppo non è così. Lungomare vuol dire due chilometri di scogli da una parte, e di ristoranti, villozze, e case decadenti dall’altra.

Sotto questo sole, bello camminare… sì, ma fino a un certo punto. Quasi un’ora di scarpinata, e arrivo alla prima spiaggia di San Leone, sporca di legnetti e bottiglie di vetro (che nella lingua dei bagnanti vuol dire “qui si è fatto il falò”), e vedo che il bagno non si può fare. Il vento delle prime ore del pomeriggio (sciroccoccò) ha portato a riva un sacco di schifezze, alghe, legni e quant’altro.

Tuttavia, l’acqua vicino agli scogli è abbastanza pulita, ma io sono terrorizzata dai granchi (ma perché?!) allora mi avvicino solo per riarrotolare i miei fidi jeans e sguazzare quanto basta per terminare una giornata impegnativa ma soddisfacente raccogliendo conchiglie.


Olè.

Ritorno a casa alle 19.30, dopo un viaggio con il cugino Gioacchino, che fa quasi male sapere quanto ama la sua terra e quanto male gli sta facendo.


Ma si prende un bel respiro, e si va avanti. Curva dopo curva.

venerdì 17 aprile 2015

Non è un paese per... introversi

Ho iniziato un paio di giorni fa a seguire la dispensa delle lezioni di Creative Writing del professor Cowan, UEA.

La prima lezione era molto interessante, sulle abitudini e le routine degli scrittori. Su come costruirsi una routine e uno spazio mentale dedicato alla scrittura nonostante tutti i possibili nemici: la procrastinazione, il mal di schiena, le persone che non ci supportano, etc.

Il secondo capitolo della dispensa di Cowan, che un po’ continua sul tema “buone abitudini”, parla degli observational journals, i taccuini di osservazione. Uno scrittore deve imparare a essere una persona a cui non sfugge niente, ed è buona norma che prenda appunti su tutto. Sul tempo. Su quello che vede fuori dalla finestra. Sulle scene di convivialità famigliare e sul lavoro. Tutto fa brodo, come si dice. Tutto fa materiale che può servire, che può tornare, o che può crescere e maturare silenziosamente per i fatti suoi, finché un bel giorno non nasce una storia.

Così ho aperto un po’ gli occhi, e me ne sono andata in giro per questo paese che pensavo di conoscere come le mie tasche, ma che ogni anno mi stupisce con le sue contraddizioni.

Tutti conoscono tutti.

Tranne quelli che vengono da fuori.

E, fidatevi, si capisce che vengo da fuori.

La mia giacca, per esempio, è viola. Una giacca viola in un paese color polvere illuminata da un raggio di sole è un pugno in un occhio.

Poi ho il vizio di non salutare le persone che non conosco. Se ti conosco mi fermo, ti saluto e facciamo conversazione. Se non ti conosco, mi sembra proprio strano.  Eppure qui funziona così. Ci sarà forse mezzo chilometro da casa di mia nonna alla casa al convento, e di persone ne incontro nel tragitto. I clienti occasionali del negozio di alimentari, la putía, a metri quaranta da casa di mia nonna. La fruttivendola e la signora del negozio di vestiti, a metri venti. Il tizio che lavora con la fiamma ossidrica in un garage adibito a officina di non si capisce bene che cosa. Le persone che si raccolgono intorno alla fontana de lu Baruni. Numero X signore che spazzano i balconi tutti i santi giorni, o che stendono e ritirano i vestiti ogni due ore.

Mi salutano tutti. E io saluto. Adesso saluto io per prima, perché se no si fa la figuraccia e le voci girano.

A volte però il saluto innesca l’interrogatorio. Prima mi salutano, e poi mi chiedono:

TU CHI SEI?

Tu. Chi. Sei. Ma ditemi voi se si può andare in giro a chiedere alle persone chi sono. Come se uno avesse il tempo per fermarsi a riflettere sulle condizioni dell’esistenza mentre va a prendere il pane o l’acqua alla fontana.

Tu chi sei?
Di chi sei figlia?
E dove state?
Quando siete venute?
Quanto rimanete?

Queste sono le domande di routine. A volte mi sembra di essere nella scena di Non ci resta che piangere “chi siete, quanti siete, cosa portate, sì ma quanti siete, un fiorino!”.

Perfino i bambini per le strade mi chiedono “tu come ti chiami?” e “da dove vieni?”.

Una volta, ho sentito la mia vicina di casa che si riferiva a me come la Milanisa. Non mi ha stupito, anche mia cugina Fabiana, che mi vuole un sacco bene, ogni tanto non riesce a trattenersi e mi chiama così.

So che funziona così, quindi tanto vale non prendersela. I figli di immigrati sono condannati a essere i ritagli della società ovunque vadano. Al sud, sono quelli del nord. Al nord, sono quelli del sud.

L'ultimo aspetto di questo paese che mi viene ricordato ogni volta che ritorno (perché quando si lascia Alessandria della Rocca, uno si ricorda solo delle cose belle... quanto tutti si sbattono per tutti, la bellezza del paese e delle colline, il fatto che non si è mai soli...):

l’intrattenimento principale per la gente di questo paese, infatti, è la gente stessa di questo paese.

Sono qui da tre giorni, e mi hanno già raccontato tutto. Chi non si laurea, chi va a letto col professore, chi non accetta le offerte di lavoro statali perché le suore pagano di più, chi si finge cieco per avere la pensione di invalidità, chi è invalido veramente e non gliela danno, chi manda le lettere anonime in questura perché una famiglia ha rilevato un ristorante costruito abusivamente, e chi paga il pizzo al tabaccaio perché lasci in pace la questura.


In un paese come questo, che di certo non è un paese per introversi, un taccuino d’osservazione finisce in un giorno.  

mercoledì 15 aprile 2015

Le cronache siciliane

Ho deciso di venirmene qui in Sicilia, tra la casa della nonna Angelina e la vecchia casa di mio papà, disabitata 11 mesi l’anno, perché avevo qualcosa da scrivere. Una cosa che tengo da parte dal 2007 e che è ora che venga fuori.

Qui c’è la campagna, i versanti delle colline sono verdi e oro, il cielo è azzurro, e il vento non è insopportabile. Un paradiso bucolico, ma Thoreau insegna che non è tutto oro quello che sembra campagna.


Per una fortunata coincidenza di lavoro, mi sono portata con me Walden, ovvero: vita nei boschi, di Henry Thoreau, un tizio vissuto cent’anni fa che a un certo punto ha detto “grazie, arrivederci, me ne vado a vivere in una capanna sul lago di Walden, in comunione con la Natura e lontano dagli scassaballe”.

Thoreau era continuamente tormentato dalle persone che gli chiedevano “ma come fai a prendere e mollare tutto”, “ma cosa vai a fare”, “ma non ti senti solo”, ma, ma, ma, tanto che alla fine Walden l’ha scritto anche per quelle persone lì.

Io non me ne sto due anni lontano dalla civiltà, ma quaranta giorni in un paesino di campagna – e credetemi se non trovo molte differenze. Qui non c’è l’ansia dell’orologio, della quale io stessa sono una vittima irrecuperabile, e non c’è l’ansia del vedersi, del fare cose, del produrre, del fatturare. Del “cosa farai l’anno prossimo”. D’altra parte, non c’è nemmeno Internet, la maggior parte del tempo, non c’è il riscaldamento e dormo in una camera fredda come una chiesa sotto dieci coperte.

Ma gli scassaballe ce li ho anche io, come Thoreau. Chi pensa che io stia qui in vacanza, con le pinne, il costume, gli occhiali e la crema solare. Chi mi chiede se non mi sento in colpa a essere pagata per quello che traduco. Chi mi chiede che cosa ci sono venuta a fare qua. 

Che cosa ci sono venuta a fare qua? A scrivere cose. A leggere cose. A tradurre cose. Che ci si creda o no, a fare il mio mestiere.

Ho racconti e una raccolta di poesie da editare, e una bozza di romanzo da stendere. Forse due libri da tradurre. Sì insomma, il solito tichitichitì sulla tastiera.

Sono arrivata lunedì, ieri ho avuto modo di ambientarmi, aprire la casa, spazzare le cacche dei piccioni dal balcone, e sistemare la mia postazione, dalla quale osservo i panni stesi degli altri e la facciata del convento in cima alla collina che fin da piccola voleva dire “casa”. 


Così sto qua, faccio su e giù dalla collina, casa della nonna-convento-casa della nonna. Me ne vengo qua al convento la mattina tardi per scrivere, per tradurre e per studiare scrittura con i manuali della UEA, che non mi ha accettato al Master ma le voglio bene lo stesso. 

Il resto del tempo faccio passeggiate sui fianchi della collina, fotografo questa Sicilia verde, che mi fa un po’ strano perché l’ho sempre vista bruciata ad agosto.


Non sono da sola. Ho con me dei metaforici e pensati compagni di viaggio: Henry Thoreau, con il suo Walden, e Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé. 

E poi c’è con me tutto il paese, forse duemila anime, che in un modo o nell’altro mi vengono tutte parenti. Quando cammino per la strada, la gente mi ferma e mi chiede impunemente “tu chi sei”. Allora glielo spiego, che sono la figlia di Tanina, figlia di Angelina Rizzolo, quella che sta ni lu curtigliu, e figlia di Pino, ‘u prufessuri. E puntualmente si scopre che siamo parenti. O un modo in cui ci si conosce lo si trova comunque. 


Spero che come a Norwich e nello stravolgente viaggio in Sudamerica, riuscirò a essere costante anche con questo blog, per quest’avventura che non si sa bene cos’è, se una ricerca o una scoperta, se tutt’e due o tutt’altro.

Vi lascio con una citazione di Stephen King che mi è sempre piaciuta:

I dilettanti si siedono e aspettano l’ispirazione, il resto di noi si alza e va al lavoro. 

domenica 8 marzo 2015

Di trulli e strapiombi sul mare: Alberobello e Polignano al Mare

Colazione in camera che neanche l'Hilton, mentre aspetto che il buon Emanuele sbrighi le sue faccende mi guardo il film Lupin III e l'elusività della nebbia.

Il caro Emanuele mi porta ad Alberobello - potrei continuare a cantare le lodi del Bed&Breakfast nonché della famiglia Amati, ma mi risparmio per quando scriverò le recensioni - dove passo la tarda mattinata e il primo pomeriggio in libera uscita.

Alberobello è un paese di fate, non c'è molto da aggiungere. Un po' coperto all'inizio, ma il vento (freddino) portava e si riportava le nuvole, rendendo il paesaggio davvero spettacolare. 

Un paesino tranquillo, in mattinata certo più movimentato che nel pomeriggio. 




Prima che chiudesse per pausa pranzo sono riuscita a visitare il Museo del Territorio, dove ho scoperto molte cose interessanti sui trulli e su Alberobello. Mi hanno colpito i misteriosi simboli sui tetti dei trulli, risalenti a non si sa quando e di diverso tipo (pagani, cristiani, magici, primitivi...):



Dopo pranzo sono andata a vedere anche la Basilica Minore dei Santi Medici:


In attesa del mio (suo malgrado, poverino) chauffeur, ho preso il sole su una panchina e adesso ho la faccia color etichetta della Coca Cola.

Quando è venuto a prendermi, Emanuele ha avuto anche il buon cuore di lasciarmi a Polignano a Mare, dove volevo passare il resto della giornata. Nel tragitto abbiamo fatto in tempo anche a passare per Monopoli, della quale ho visto qualche scorcio di porto e centro.

E poi Polignano a Mare... 


È bello non dover cercare le parole per descrivere Polignano a chi non c'è mai stato... per questo ci sono le scritte sui muri...


E be', non posso non trovarmi d'accordo con l'esimio Walter Benjamin...


Case a strapiombo sul mare, spezza il fiato solo il pensiero di affacciarsi da una di quelle finestre...



Mi ha sorpreso il centro di Polignano, un susseguirsi di viuzze e vicoli che si interrompono con violenza solo di fronte al mare...





Una bella e meritatissima scoperta. Fossero tutte così le mie giornate!

Menzione d'onore alla famiglia Amati, che mi ha portato in giro e mi è pure venuta a riprendere in stazione a Fasano a fine giornata.

Ciliegina sulla torta, una bella pizza al ristorante (dopo essermi ammazzata di taralli come aperitivo... scelta poco saggia...) e Mediterraneo su Iris.

Siciliani-Pugliesi... una faccia, una razza!

sabato 7 marzo 2015

Vieni a viaggiare in Puglia, Puglia, Puglia

Qualche tempo fa ricevetti una telefonata, dal presidente della giuria della XXVII Edizione del Premio Letterario Internazionale "Donna". 

- Il suo racconto è arrivato tra i primi tre finalisti.
- Uh, grazie, posso chiederle quale racconto? 
- Sì, l'ho scelto personalmente, "Il servizio d'argento". La chiamo per chiederle se pensa di partecipare alla premiazione, a Fasano.
- Sì, certo ci mancherebbe.
- Ha bisogno di alloggio?
- No, si figuri, sono a un'oretta di distanza da Brescia.
- Brescia? Guardi che Fasano è in Puglia.

Puglia, Puglia, Puglia.

E io che quando mi ero iscritta al concorso avevo letto Fasano (Br), avevo cercato su Google "Fasano Brescia". Be', indovinate un po'? Esiste un Fasano in provincia di Brescia. Peccato che (Br) stia per Brindisi. Chi si immaginava che il concorso al quale avevo partecipato avesse sede a quasi 1000 km da me...

Be' alla fine a Fasano ci sono venuta. 

Vengo accolta da un adorabile albergatore poco più grande di me, Emanuele, che se tutti gli albergatori fossero così non tornerei più a casa dopo ogni viaggio. 

Tra l'altro mi ero già sentita con lui, quando per email gli avevo chiesto come potevo raggiungere Alberobello e si era gentilmente offerto di accompagnarmi. Chi si sarebbe mai immaginato che la voce dietro quelle email appartenesse a un giovane così di come quelli che facevano una volta. 

Sta di fatto che, piacenti giovani locali a parte, il B&B che ho scelto risponde esattamente ai miei gusti - che di solito non considero mai, visto che per un motivo o per l'altro mi è toccato dormire nelle peggiori bettole d'Europa. Il B&B Amati, gestito dal gentilgiovane di cui sopra, è arredato sobriamente ma con gusto classico, mobilia in legno scuro su pareti bianche; bagno enorme in comune con un'altra camera (per adesso vuota). Colazione servita in camera (ma quando mai mi poteva capitare? Mi sembra di stare in una suite!) e posizione centrale nel paese.

La cittadina di Fasano è grande, ma il centro storico non molto. Come si diceva con Emanuele, siamo in quelle cittadine del sud dove il tempo segue un corso tutto suo. Si dilata e si distende, scorre e si ferma a ogni angolo. Le pavimentazioni bianche, che rilucono sotto il cielo d'argento delle pioggerelline primaverili, sembrano fare da sfondo a un film degli anni '60. 




Imprevedibili giubiane appese sui vicoli... Ne ho scorte tre, ma il motivo della loro esistenza rimane un mistero... Poco male, ci piacciono i misteri!



Dopo un'oretta e mezza di circospezione, il cielo ha cominciato a offuscarsi così ho deciso di tornare al B&B, dove ho schiacciato il solito powerpisolino di mezz'oretta per presentarmi al meglio alla premiazione.

La premiazione si è svolta al Teatro Sociale, una bella location, raccolta ma elegante. La serata, iniziata alle sei e terminata due ore e mezza dopo, si è svolta in due parti.

Nella prima, sono stati letti dei testi a tema epistolare scritti dal Presidente della giuria, accompagnati da riflessioni, canzoni, intermezzi di vario tipo. Molto piacevole, ma secondo me un po' troppo lunga.



Nella seconda parte, prima sono stati letti cinque testi vincitori (tra cui il mio), così che anche il pubblico ha potuto votare la propria preferenza.

Alla fine sono stati chiamati sul palco i vincitori. Il mio testo è arrivato al terzo posto nella sezione adulti della prosa; i testi pervenuti in totale erano 1500, e siccome l'edizione quest'anno era internazionale, venivano da tutto il mondo.




Dirò la verità, sono abbastanza soddisfatta per il risultato, anche se ammetto che più di una volta mi sono trovata in disaccordo con i criteri e le risoluzioni della giuria. Soprattutto nella categoria adulti, per quanto riguarda la sezione Poesia, sono stati premiati testi veramente poco poetici, che sconfinavano spesso e volentieri nel flusso di coscienza e nella semi-prosa.

Sulla sezione Prosa, il testo che ha vinto il primo premio era una riflessione sul dolore delle donne che sfocia in un rapporto morboso con il cibo. Non mi è piaciuto affatto, anche se a quanto pare l'opinione generale lo ha accolto molto bene, assegnandogli il Premio della Sala. Il motivo principale per cui non mi è piaciuto era perché semplicemente si trattava di una serie di riflessioni strazianti "Mangio perché... mangio perché...", ma era un testo privo di trama.

Invece i testi della sezione giovani erano molto più interessanti e promettenti, e sinceramente più consoni alle sezioni di prosa e poesia. 

La cosa più bella della premiazione (a parte i vari intermezzi, i cantanti erano bravissimi e i giurati sono stati molto simpatici e accoglienti) è stato il responso della giuria, che è stato letto per ogni racconto premiato.

Insomma, alla fin fine mi è sembrato uno dei concorsi più seri ai quali sono stata premiata. E ci siamo portati a casa un degno terzo posto.

(Anche se avrebbero dovuto fare il premio speciale Unico testo senza le parole "cuore" e "amore", e mi sarei portata a casa pure quello XD).

Adesso mi guardo la mia versione preferitissima de I Miserabili su LA7 e vorrei continuare a scrivere, ma c'è Jean Valjean che non aspetta altro che scaldarmi il cuore. Con il suo immenso amore.

A domani, con le cronache di Alberobello.

martedì 16 dicembre 2014

Once upon a time in Feltre

Ah, questo periodo dell'anno non ha pari.

Le luci di natale che illuminano le strade, le vetrine dei negozi addobbate a festa, il piacere di comprare regali per i nostri familiari e amici più cari...

Vi ricorda qualcosa?

Se siete abbastanza fortunati, forse queste sono le immagini che bene o male corredano la vostra idea di spirito natalizio.

Chi invece è uscito da un Master o da una laurea specialistica sa che questo periodo vuol dire una sola cosa: time is running out.

Concesse le dovute settimane sabbatiche nell'attesa dei risultati del corso di laurea, si è giunti a un momento cruciale. What's next? Liberamente traducibile in "e mmò?"

Nel mio caso, ci sono tante porte alle quali sto bussando. Chi sceglie una carriera nell'ambito editoriale, sa bene che alla nostra generazione - per motivi che non mi sono ben chiari - è stato revocato il sacrosanto diritto di un lavoro che occupi le convenzionali 40 ore settimanali e che conceda una certa autonomia finanziaria e professionale. 

Per sopravvivere, e per lasciare la casa di mamma e papà quando ancora siamo in grado di riprodurci, dobbiamo inventarci, reinventarci, specializzarci, e possibilmente essere anche i migliori in quello che facciamo e che non facciamo.

Dopo l'MA in Literary Translation alla UEA, sono entrata nel circolo vizioso delle domande di ammissione ad altri master e dottorati, motivo per il quale mi trovo oggi a Feltre, in provincia di Belluno.

Ho deciso di venire a visitare il Centro Studi Buzzati, autore del quale vorrei occuparmi nel caso fossi ammessa a qualche corso post-laurea alla UEA, o all'Università di Buenos Aires o di Milano.

Essendo questo un blog prevalentemente di viaggio, è mio immenso dispiacere sorvolare sulle questioni letterarie - che, ahimè, poco attirano i frequentatori di questo blog (mio papà e il cookie monster di Google) e passare direttamente alle immagini.

Feltre è carina, dall'alto dei suoi 300 e qualcosa metri di altezza (sinceramente? pensavo fosse più in alto e più vicina alla Dolomiti), vanta di siti archeologici, un museo civico, uno cristiano, un polo bibliotecario di tutto rispetto, e di una ex sede della IULM che ha chiuso i battenti nel 2010 dopo quarant'anni di attività.







La mia permanenza qui, accolta da un grigiume desolante di un dicembre insolitamente poco freddo, mi ha ricordato molto la gita che avevo fatto a Colonia del Sacramento che, hear hear, è appunto gemellata con la gemma feltrina.

Mi sono trovata incredibilmente bene con la proprietaria del Bed&Breakfast Centro Storico e con la direttrice del Centro Studi Buzzati, la quale ha passato l'intero pomeriggio a darmi consigli sulla bibliografia da inserire nella proposta di dottorato.




Tutto sommato, mi sento di aver strappato una pausa che non mi potevo permettere nel bel mezzo del circolo vizioso delle applications e delle scadenze di traduzione. 

Tuttavia, forse è proprio quando non ce lo si può permettere che si ha più bisogno di sparire dalla circolazione per un paio di giorni...