giovedì 8 ottobre 2015

Sunny with a chance of... poetry (Piovono Poesie)

In onore del #nationalpoetryday qui in Regno Unito, c'è qualche pensiero che mi sento di condividere.

Esattamente un anno fa, mi trovavo in ritiro nella città di Valparaíso, Cile, a scrivere. Mi alzavo, scrivevo, mangiavo una empanada, salivo e scendevo scalini, scrivevo, scrivevo, cercavo di accendere la bombola per riscaldare il monolocale dove stavo, e avevo ancora la penna in mano.

Valparaíso mi ha lasciato i ricordi dei quali andavo in cerca da quando viaggiavo in treno con Chema a Milano, dopo il laboratorio di teatro, per andare a imbucarmi in Bocconi al seminario di Stefano Benni. (Si parla del 2007, l'annus mirabilis della mia giovinezza.)

E' anche stato un po' il preludio alla conclusione, la salita (quasi letterale) che ha portato all'Isola di Pasqua e al mio ritorno a casa. 

Lungo la strada ho incontrato diversi personaggi, ma quelli che sicuramente hanno lasciato il segno più profondo sono due dei quattro membri del collettivo Casagrande, Julio Carrasco e Santiago Barcaza. I quattro Casagrande mi hanno ispirato con i loro interventi poetici, uno più matto dell'altro, e non potevo che sperare che un giorno anch'io avrei assistito a uno di questi eventi.

Di certo non avrei mai immaginato che ne avrei addirittura preso parte.

Il 26 settembre 2015, poco prima del tramonto, un elicottero si librava su Piazza del Duomo, davanti agli occhi di una marea di persone, chi più e chi meno ignare di quanto stava per accadere.

Il 26 settembre 2015, poco prima del tramonto, Cristóbal Bianchi e Julio Carrasco, del collettivo Casagrande, hanno rovesciato 140.000 segnalibri sulla piazza, mentre Santiago Barcaza e Joaquín Prieto si confondevano nella foresta di braccia distese al cielo.

Il 26 settembre 2015, 140.000 poesie di una sessantina di autori cileni e italiani sono state raccolte dalle mani di chiunque si trovasse per caso all'ombra del Duomo e nei dintorni. E in mano a un bambino sulle spalle di un papà, o tra le rotaie del tram, ai piedi di Vittorio Emanuele II, e perfino in testa a colui che una vita fa è stato il mio migliore amico, ci sono finita pure io.

Con dei versi che appartengono a una raccolta nata per caso, Tace la pietra, scritta di getto una mattina che ho passato al Cimitero Monumentale di Milano insieme a un amico fotografo. Una poesia scelta per caso, da Julio in persona, e mi sta bene così.

Dove guardano gli angeli
è lì dove finisce
ogni primo bacio,
ogni fiocco di neve.

Condannati a rivivere
le felicità della loro vita
Dio voleva farli beati
muoiono di nostalgia.


(foto di Carlo di Pasquale, dal post della Repubblica)


(foto di Eva Christina Sommeregger)


(foto di Eva Christina Sommeregger)

giovedì 6 agosto 2015

Once you go Haggis... 7 giorni in giro per la Scozia

E alla fine ci sono andata in Scozia. Con la Haggis, un tour operator più o meno low cost, più o meno sostenibile, ma molto molto divertente.

Dopo una traversata epica col Pozzi a bordo di un Megabus Gold ("gold" ahahah) da Londra (23.00) a Edimburgo (7.40) partiamo alla volta di Inverness, dove passeremo la prima notte, su un autobus che promette abbastanza bene:


Il tour è strapieno di cose da fare, il ritmo è serrato e dubito che mi ricorderò tutte le fermate che sono state fatte. Dei momenti "scendi dall'autobus, scatta la foto, risali sull'autobus" non ricordo molto, per cui mi soffermerò solo sulle cose che vale la pena di raccontare.

Una delle prime fermate sulla strada tra Edimburgo e Inverness, dove abbiamo passato la prima notte, era St. Andrews, casa del golf, dei golfisti e dei pazzi per il golf, insomma, diciamo che non è stato facile ignorare che ogni vetrina della città aveva in esposizione mazze, palline e kilt. A parte il fatto che io e il golf non siamo mai stati nella stessa frase, St. Andrews mi è sembrata comunque una città molto carina -- con tanto di castello in rovina e università centenaria.




Nel pomeriggio del primo giorno ci siamo fermati alla distilleria del whisky Tomatin nei pressi di Inverness, dove il giovane Hector ci ha spiegato per filo e per segno i vari passaggi della distillazione del whisky. Siamo finiti nel capannone dove il whisky viene lasciato a decantare, e abbiamo visto una botte del 1967, dal valore inestimabile, e tante altre botti stravecchie. 


Prima di arrivare a Inverness, ci siamo fermati sul campo di battaglia di Culloden (1745, britannici contro giacobiti e francesi) segnato dalle lapidi sotto le quali erano sepolte le vittime dei vari clan scozzesi:


Poi a Inverness siamo stati lasciati liberi di vagare un pochino per procacciare la cena, e ci siamo imbattuti nel castello della città:



E nel fiume e lungo fiume della città: 



Abbiamo passato la serata a Inverness, dopo un giretto al pub locale dal nome impronunciabile (Hootananny) dove suonavano musica live scozzese, e siamo crollati in un ostello che sinceramente ho rimosso dalla memoria.

Il secondo giorno dovevamo andare alle Orcadi, ma prima ci siamo fermati per qualche foto alle bellissime scogliere di "inserire nome topografico scozzese" con il mio pal-mate-Mattia:

Il traghetto l'abbiamo preso poco lontano da John O'Groats, che si dice che sia il villaggio più a nord della Scozia e che è la meta più odiata dalla nostra guida, Greg (e non ha tutti i torti, visto che il villaggio è fatto da una strada e un parcheggio).



Mentre la prima attrazione archeologica delle Orcadi, la Tomb of Eagles, non mi ha lasciato granché impressionata. Il fatto archeologico in sé è interessante (una tomba dove sono stati ritrovati una sacco di teschi e ossa umane insieme a ossa di aquile... perché le aquile? non si sa), ma il sito è davvero piccolissimo. Per arrivarci c'è una bellissima passeggiata attraverso l'isola più vicina alla Scozia, mentre per entrare a vedere i teschi bisogna gattonare in un tunnel di tre metri per arrivare alla tomba:


Il passaggio da un'isola all'altra delle Orcadi è stato ricco di bei paesaggi e aneddoti storici (con tanto di navi tedesche della IIGM affondate ma ancora visibili a Scapa Flow), ma l'isola più a nord è molto più interessante. A partire dalla città principale, Kirkwall, dove avevamo l'ostello.



Ho trascinato Mattia in giro per la città, cercando di rincorrere il tramonto, nascosto da orribili edifici industriali che su un'isola delle Orcadi c'entrano come gli elogi funebri ai matrimoni. Siamo riusciti più o meno a vederlo, ma nessuna traccia delle lontre promesse dal cartello di cui sotto: 


Il secondo giorno sulle Orcadi (il terzo giorno in tutto) è stato parecchio interessante. Fermata paesaggistica sul luogo più a nord in cui sia mai stata (hence, la maglia dei Led Zeppelin che mi segue in capo al mondo):


Ma il punto più interessante della giornata è tra le bucket list di molti, il Villaggio di Skara Brae. Uno di quei posti da dover visitare almeno una volta nella vita: un villaggio del neolitico perfettamente conservato occupato dal 3100 a.C. e il 2500 a.C.:




Siamo poi passati a un posto fichissimo, il Ring of Brodgar, forse l'attrazione che mi ha colpito di più (oltre all'isola di Skye, ma ne riparliamo dopo), una specie di Stone Henge più antica (2500 a.C. circa). La cosa bella del sito era che al contrario di Stone Henge (dove ti tengono bene alla larga dalle standing stones), puoi avvicinarti, abbracciare o sbaciucchiarti le pietre quanto vuoi (Elena for scale):


Ritornati sulle Highland, abbiamo fatto una fermata attraverso lo spazio-tempo e siamo stati sguinzagliati nella tenuta del castello di Dunrobin, che sembra uscito dal vassoio dei castelli della Loira che giace impolverato nella vetrina di casa mia in attesa che mia mamma prepari le tartine al patè:


In questo castello ho assistito al mio primo spettacolo di falconeria, durante il quale un addestratore ha fatto volare a pochi millimetri dalle nostre teste l'uccello più veloce del mondo, il falco pellegrino. A dire la verità, è stata davvero una figata.

Prima di arrivare a Loch Ness, della quale non ci sono foto perché non c'era niente da vedere, abbiamo fatto la nostra buona azione quotidiana, fermandoci da Trees for Life per fare la nostra parte nella riforestazione della Caledonia:

Un altro favoloso castello -- nel quale però non siamo potuti entrare -- il castello di Eilean, rimarrà nei nostri ricordi visto da lontano sotto un cielo cangiante e accompagnato dal suono di una cornamusa (mancava solo un sandwich all'Haggis e un sorso di Irn Bru, Scotland, duh!)...


La notte che abbiamo passato nell'ostello dei pressi di Loch Ness è stata divertente e triste allo stesso tempo. Per questioni di risparmio (così crediamo), la Haggis fa una cosa un po' antipatica con i gruppi che porta in tour: si permette di cambiarti la guida dopo tre giorni e di accorparti ad altri gruppi già formati e già in tour. Non è stato molto piacevole, anche perché ci eravamo parecchio affezionati a Greg, e non è stato facile integrarsi con quelli del gruppo dell'altro tour -- che ci guardavano un po' dall'alto in basso, ecco. Detto ciò, la serata passata a Morag's Lodge è stata una figata.

Nel minipub dell'ostello un duo di musica tradizionale scozzese ha messo su una sessione di Ceilidh durante la quale ci siamo fatte grasse risate. Poi la musica tradizionale si è trasformata in Sweet Home Alabama e la serata danzante è andata avanti fino alle tre di notte tra i broccolamenti vari (altrui, ovviamente, perché uno degli svantaggi di portarti un amico in giro per il mondo è che la gente dà per scontate un sacco di cose...).


Finalmente siamo arrivati a Skye, ma con un'altra guida - Grant - un altro autista - Jason - e un pullman molto più grande. A parte il fatto che Grant non si sbatteva molto per farci fare gruppo, siamo riusciti lo stesso a goderci (anche se brevemente, molto brevemente) il paesaggio di Skye che, come annunciato dal mio ex collega Max, è semplicemente dell'altro mondo.




Siamo quindi arrivati al penultimo giorno di tour, quello un po' più deludente. Dopo una mattinata praticamente persa ad aspettare l'ora di partenza del traghetto verso la terraferma, il pomeriggio è stato speso a bordo del Jacobite Train (eh sì, non potevo assolutamente farmelo mancare!), il treno a vapore che attraversa le Highlands e che è stato l'Hogwarts Express di Harry Potter:



La sera del sesto giorno abbiamo pernottato a Oban, che non abbiamo praticamente visto se non per un'altra serata danzante allo Skipinnish Ceili House (promozionata allo sfinimento da Grant, ma che in realtà si è rivelata un po' una trappola per turisti... allegri turisti danzanti, ovviamente... però sempre turisti). 

Sulla via del ritorno per Edimburgo, giorno 7, ci siamo fermati a Glen Coe, una vallata stupenda ai piedi del Ben Nevis che ha anche fatto da set per film come Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, Skyfall, e Monty Python and the Holy Grail.


L'ultimissima fatica del tour, in cima a una collina che sovrasta la bella città di Stirling, si trovava il monumento a William Wallace, che meritava soprattutto per la visuale sulla città (anche se sicuramente il castello di Stirling sarebbe stato una figata da visitare, ma non era incluso).



Riassumo qui l'itinerario per chi fosse interessato al tour Island Explorer, di 7 giorni, con la Haggis Tour:

Day 1: Edinburgh - St. Andrews - Inverness
Day 2: Inverness - Kirkwall (Orkney Islands)
Day 3: Orkney
Day 4: Orkney - Lochness
Day 5: Isle of Skye
Day 6: Skye - Jacobite Train - Oban
Day 7: Oban - Stirling - Edinburgh

Personalmente raccomando la compagnia per l'atmosfera che si crea con i compagni di viaggio, che mi ha ricordato quella delle gite scolastiche e delle vacanze studio (gente da tutto il mondo, in questo caso principalmente Australia, Canada e NZ; cantare Bohemian Rhapsody sul bus; nottate in discoteca a divertirsi come matti...), ma non dico che la Haggis non abbia i suoi difetti: in particolare lo spirito turistico dietro alla seconda parte del tour, quella con Grant, facilmente riassumibile in "scendi dal bus, scatta la foto, risali sul bus".

Detto ciò, mi sono divertita parecchio, ho conosciuto persone bellissime, ho visto posti stupendi e mi sono presa un raffreddore della miseria, scontato durante i miei ultimi tre giorni di visita a Edimburgo, della quale parlerò nel prossimo post.

Fino ad allora, un altro morso al sandwich all'haggis e un altro sorso di Irn Bru.

giovedì 2 luglio 2015

#ThrowbackThursday Rocca Reina

Ho rimandato questo post per più di un mese, ormai, e le conseguenze si sono viste.

Avevo delle foto, delle foto stupende di questo posto incastonato sui monti sicani dell'entroterra siciliano, ma sono andate perse per mia distrazione.

Per non affidarmi a foto di terzi, dovrete fare lo sforzo di chiamare la vostra immaginazione a figurarsi quello che è un posto alieno alla realtà dell'entroterra siciliano, benedetto dalla bellezza e dalle antiche culture che lì si sono incrociate, ma sfigurato da un ben altro tipo di cultura, quella dell'invidia, la piaga più inestirpabile che in Sicilia si tramanda verticalmente, di generazione in generazione, come li cunti, le tradizioni e le ricette della nonna.

Chiusa questa parentesi sulla nostra Sicilia dolorosa, voglio spendere due parole per questo posto, sperando che qualcuno lo cerchi su Google e trovi questo post.

Rocca Reina.

Innanzitutto dove si trova: a Santo Stefano Quisquina, tra Palermo e Agrigento.

Cos'è. Una fattoria didattica, un museo a cielo aperto, una proprietà pastorizia... No, faccio prima a dire chi è.

Rocca Reina è Lorenzo Reina, pastore e artista. Un pastore che ha promesso al padre di non far morire un'attività portata avanti da chissà quante generazioni e un artista che ha imparato che si può fare arte con il territorio, sul territorio e per il territorio.

Cosa troverete a Rocca Reina.

Opere d'arte dappertutto. Sparse sul territorio della Rocca, così come racchiuse in un m(a)us(ol)eo a pianta ottagonale (anch'esso una piccola opera d'arte).

Un piccolo anfiteatro di pietra. Arrivati al teatro, non potrete non immaginarvi Lorenzo che, una dopo l'altra, posa le pietre dell'anfiteatro e monta la porta di ferro battuto che lo chiude. Dal teatro, nelle giornate belle si può vedere perfino il mare, a chilometri e chilometri di distanza. Nelle giornate brutte, le montagne e colline intorno vengono avvolte dalla bruma, immergendo il teatro in un'atmosfera che si presta alla più straziante delle tragedie greche.

Asini. Asini, perché Lorenzo, non dimentichiamolo, è ancora un pastore, e di tanto in tanto si diverte a mostrare i suoi asini ai bambini, che non hanno ancora sviluppato un occhio per l'arte, ma che sanno benissimo che la Natura è la madre di tutte le arti.

Lorenzo Reina. Non mi va di raccontarvi la sua storia, perché ha molto più senso che lo faccia lui. Lo troverete lì, a Rocca Reina, a badare agli asini o lì al teatro a guardare il mare.

[Che poi, le foto le ho trovate. Here's a treat.]





domenica 10 maggio 2015

Paradise Lost: la Valle dei Templi

Con un po’ di giorni di ritardo, cerco di fare il resoconto della giornata di mercoledì scorso, 6 maggio 2015.

Delusa dall’assoluta mancanza di iniziativa di chiunque, mi sono presa la briga di disturbare il mio cugino del cuore, Gioacchino, attualmente direttore di un hotel a Villaggio Mosè, Agrigento. Gli ho chiesto quando sarebbe andato ad Agrigento di mattina, e mi ha portato con lui al suo hotel.

Dopo un viaggio curvoso e abbastanza nauseante, siamo arrivati ad Agrigento alle sette e mezza di mattina, ovvero quando la città è ancora in piena fase REM, così mi ha proposto di fermarmi un pochino a fare colazione in hotel, prima di partire alla ventura. Come dire di no, visto che non capita mai?

Sostanziosa colazione a buffet in compagnia di un’orda di ragazzini delle medie in gita, seguita da un’oretta di lettura a bordo piscina di The Creative Writing Coursebook, altra Bibbia che, insieme a Cowan, sta arricchendo questo writer’s retreat di ottimi consigli e metaforiche pacche sul sedere.

Per arrivare alla Valle dei Templi, il MUST di Agrigento, c’è un solo autobus (la linea 2), che teoricamente passa ogni mezzora. Praticamente passa quannu agghè agghè, “quando è, è”, e ci siamo capiti.


La Valle dei Templi nasconde un tesoro che non ricordavo dalle escursioni estive con i miei (promemoria: “Valle dei Templi” e “agosto” sono pericolosi nella stessa frase). Questo Eden in terra, per essere banali, si chiama Giardino della Kolymbetra, e si capisce che è speciale perché viene citato anche dal commissario Montalbano in non mi ricordo che racconto/romanzo (e Camilleri è la massima autorità in Siculologia).

La Kolymbetra era un’enorme vasca alimentata da un acquedotto che gli agrigentini hanno avuto il buon cuore di non toccare. La vasca non c’è più, ed è stata sostituita da un giardino botanico gigantesco, dove non manca nessuna delle piante locali. Ulivi, ulivi everywhere (e io ho scoperto che mi piace fotografarli). Aranci, mandorli, melograni, pistacchi, chinotti, sorbi… C’è di tutto, e ogni specie è rigorosamente corredata di cartellino per i non addetti alla botanica.


Diciamo la verità, io sono la classica persona che è affascinata dagli orti botanici, ma che spesso e volentieri ne rimane delusa. È capitato a Parigi, a Norwich, a Milano, e forse anche in Spagna non mi ricordo dove. Il Giardino della Kolymbetra però è davvero spettacolare. Non aspettatevi filari di rose e fioruccioli decorativi, ma un vero e proprio microhabitat siciliano, dove crescono piante della macchia, della campagna, e della costa.


Il resto della Valle dei Templi è sempre lo stesso. Ovviamente ho beccato il giorno più caldo di maggio (35°) e l’ho visitata come da tradizione della famiglia Traina: arrancando sotto il sole, coi pantaloni arrotolati al ginocchio (e i polpacci sporchi di polvere dopo minuti due), e un paio di scarpe da buttare alla fine della visita.


Il risultato: nonostante la crema solare (SPF 15, d’altra parte), a mezzogiorno avevo già la pelle di spalle, braccia e viso, color etichetta della Coca Cola (le tradizioni sono tradizioni, e come tali vanno rispettate).


Che dire della Valle dei Templi, in sé? Che chi non c’è mai stato dovrebbe farsi un favore e visitarla. (In primavera, for God’s sake). Forse perché i Greci erano l’argomento di storia più figo delle elementari (sorry, fan degli Egizi), forse perché pensare che quella roba lì ha più di duemila anni, e tu ne hai venticinque, e se va bene tra settantacinque anni (sparo alto) sarai già la polvere che sporcherà i polpacci di qualcun altro… Non so, la Valle dei Templi è così.   


La odi, perché fa caldo, ci sono pochi alberi dove ripararsi, non c’è una fontana neanche a pagarla oro (COMUNE DI AGRIGENTO, PARLIAMONE), e i turisti che parlano a telefono, o urlano, o salgono in piedi sulle rovine, vorresti ammazzarli tutti a sprangate con i rami di ulivo spezzati per terra.


La ami, perché è bellissima. È bellissima sotto il sole pieno, o sotto l’ombra azzurrina del mattino, o nella luce arancione del tramonto.


Che ognuno trovi il suo motivo, ma la vada a visitare.

Finita la mia escursione mattutina, un’altra ora di attesa al sole per prendere la benedetta linea 2, che mi porterà in centro città dove costaterò che purtroppo Agrigento potrebbe essere la città più bella della Sicilia e invece non lo è, piagata dal traffico, dalle persone scortesi, dalle costruzioni imbarazzanti.

Dopo un panino con la salsiccia al bar, scappo a San Leone con un’altra linea, la 3/, che mi assicura che mi porta sul lungomare. Dalla cartina ho in mano, lungomare = spiagge, purtroppo non è così. Lungomare vuol dire due chilometri di scogli da una parte, e di ristoranti, villozze, e case decadenti dall’altra.

Sotto questo sole, bello camminare… sì, ma fino a un certo punto. Quasi un’ora di scarpinata, e arrivo alla prima spiaggia di San Leone, sporca di legnetti e bottiglie di vetro (che nella lingua dei bagnanti vuol dire “qui si è fatto il falò”), e vedo che il bagno non si può fare. Il vento delle prime ore del pomeriggio (sciroccoccò) ha portato a riva un sacco di schifezze, alghe, legni e quant’altro.

Tuttavia, l’acqua vicino agli scogli è abbastanza pulita, ma io sono terrorizzata dai granchi (ma perché?!) allora mi avvicino solo per riarrotolare i miei fidi jeans e sguazzare quanto basta per terminare una giornata impegnativa ma soddisfacente raccogliendo conchiglie.


Olè.

Ritorno a casa alle 19.30, dopo un viaggio con il cugino Gioacchino, che fa quasi male sapere quanto ama la sua terra e quanto male gli sta facendo.


Ma si prende un bel respiro, e si va avanti. Curva dopo curva.

venerdì 17 aprile 2015

Non è un paese per... introversi

Ho iniziato un paio di giorni fa a seguire la dispensa delle lezioni di Creative Writing del professor Cowan, UEA.

La prima lezione era molto interessante, sulle abitudini e le routine degli scrittori. Su come costruirsi una routine e uno spazio mentale dedicato alla scrittura nonostante tutti i possibili nemici: la procrastinazione, il mal di schiena, le persone che non ci supportano, etc.

Il secondo capitolo della dispensa di Cowan, che un po’ continua sul tema “buone abitudini”, parla degli observational journals, i taccuini di osservazione. Uno scrittore deve imparare a essere una persona a cui non sfugge niente, ed è buona norma che prenda appunti su tutto. Sul tempo. Su quello che vede fuori dalla finestra. Sulle scene di convivialità famigliare e sul lavoro. Tutto fa brodo, come si dice. Tutto fa materiale che può servire, che può tornare, o che può crescere e maturare silenziosamente per i fatti suoi, finché un bel giorno non nasce una storia.

Così ho aperto un po’ gli occhi, e me ne sono andata in giro per questo paese che pensavo di conoscere come le mie tasche, ma che ogni anno mi stupisce con le sue contraddizioni.

Tutti conoscono tutti.

Tranne quelli che vengono da fuori.

E, fidatevi, si capisce che vengo da fuori.

La mia giacca, per esempio, è viola. Una giacca viola in un paese color polvere illuminata da un raggio di sole è un pugno in un occhio.

Poi ho il vizio di non salutare le persone che non conosco. Se ti conosco mi fermo, ti saluto e facciamo conversazione. Se non ti conosco, mi sembra proprio strano.  Eppure qui funziona così. Ci sarà forse mezzo chilometro da casa di mia nonna alla casa al convento, e di persone ne incontro nel tragitto. I clienti occasionali del negozio di alimentari, la putía, a metri quaranta da casa di mia nonna. La fruttivendola e la signora del negozio di vestiti, a metri venti. Il tizio che lavora con la fiamma ossidrica in un garage adibito a officina di non si capisce bene che cosa. Le persone che si raccolgono intorno alla fontana de lu Baruni. Numero X signore che spazzano i balconi tutti i santi giorni, o che stendono e ritirano i vestiti ogni due ore.

Mi salutano tutti. E io saluto. Adesso saluto io per prima, perché se no si fa la figuraccia e le voci girano.

A volte però il saluto innesca l’interrogatorio. Prima mi salutano, e poi mi chiedono:

TU CHI SEI?

Tu. Chi. Sei. Ma ditemi voi se si può andare in giro a chiedere alle persone chi sono. Come se uno avesse il tempo per fermarsi a riflettere sulle condizioni dell’esistenza mentre va a prendere il pane o l’acqua alla fontana.

Tu chi sei?
Di chi sei figlia?
E dove state?
Quando siete venute?
Quanto rimanete?

Queste sono le domande di routine. A volte mi sembra di essere nella scena di Non ci resta che piangere “chi siete, quanti siete, cosa portate, sì ma quanti siete, un fiorino!”.

Perfino i bambini per le strade mi chiedono “tu come ti chiami?” e “da dove vieni?”.

Una volta, ho sentito la mia vicina di casa che si riferiva a me come la Milanisa. Non mi ha stupito, anche mia cugina Fabiana, che mi vuole un sacco bene, ogni tanto non riesce a trattenersi e mi chiama così.

So che funziona così, quindi tanto vale non prendersela. I figli di immigrati sono condannati a essere i ritagli della società ovunque vadano. Al sud, sono quelli del nord. Al nord, sono quelli del sud.

L'ultimo aspetto di questo paese che mi viene ricordato ogni volta che ritorno (perché quando si lascia Alessandria della Rocca, uno si ricorda solo delle cose belle... quanto tutti si sbattono per tutti, la bellezza del paese e delle colline, il fatto che non si è mai soli...):

l’intrattenimento principale per la gente di questo paese, infatti, è la gente stessa di questo paese.

Sono qui da tre giorni, e mi hanno già raccontato tutto. Chi non si laurea, chi va a letto col professore, chi non accetta le offerte di lavoro statali perché le suore pagano di più, chi si finge cieco per avere la pensione di invalidità, chi è invalido veramente e non gliela danno, chi manda le lettere anonime in questura perché una famiglia ha rilevato un ristorante costruito abusivamente, e chi paga il pizzo al tabaccaio perché lasci in pace la questura.


In un paese come questo, che di certo non è un paese per introversi, un taccuino d’osservazione finisce in un giorno.  

mercoledì 15 aprile 2015

Le cronache siciliane

Ho deciso di venirmene qui in Sicilia, tra la casa della nonna Angelina e la vecchia casa di mio papà, disabitata 11 mesi l’anno, perché avevo qualcosa da scrivere. Una cosa che tengo da parte dal 2007 e che è ora che venga fuori.

Qui c’è la campagna, i versanti delle colline sono verdi e oro, il cielo è azzurro, e il vento non è insopportabile. Un paradiso bucolico, ma Thoreau insegna che non è tutto oro quello che sembra campagna.


Per una fortunata coincidenza di lavoro, mi sono portata con me Walden, ovvero: vita nei boschi, di Henry Thoreau, un tizio vissuto cent’anni fa che a un certo punto ha detto “grazie, arrivederci, me ne vado a vivere in una capanna sul lago di Walden, in comunione con la Natura e lontano dagli scassaballe”.

Thoreau era continuamente tormentato dalle persone che gli chiedevano “ma come fai a prendere e mollare tutto”, “ma cosa vai a fare”, “ma non ti senti solo”, ma, ma, ma, tanto che alla fine Walden l’ha scritto anche per quelle persone lì.

Io non me ne sto due anni lontano dalla civiltà, ma quaranta giorni in un paesino di campagna – e credetemi se non trovo molte differenze. Qui non c’è l’ansia dell’orologio, della quale io stessa sono una vittima irrecuperabile, e non c’è l’ansia del vedersi, del fare cose, del produrre, del fatturare. Del “cosa farai l’anno prossimo”. D’altra parte, non c’è nemmeno Internet, la maggior parte del tempo, non c’è il riscaldamento e dormo in una camera fredda come una chiesa sotto dieci coperte.

Ma gli scassaballe ce li ho anche io, come Thoreau. Chi pensa che io stia qui in vacanza, con le pinne, il costume, gli occhiali e la crema solare. Chi mi chiede se non mi sento in colpa a essere pagata per quello che traduco. Chi mi chiede che cosa ci sono venuta a fare qua. 

Che cosa ci sono venuta a fare qua? A scrivere cose. A leggere cose. A tradurre cose. Che ci si creda o no, a fare il mio mestiere.

Ho racconti e una raccolta di poesie da editare, e una bozza di romanzo da stendere. Forse due libri da tradurre. Sì insomma, il solito tichitichitì sulla tastiera.

Sono arrivata lunedì, ieri ho avuto modo di ambientarmi, aprire la casa, spazzare le cacche dei piccioni dal balcone, e sistemare la mia postazione, dalla quale osservo i panni stesi degli altri e la facciata del convento in cima alla collina che fin da piccola voleva dire “casa”. 


Così sto qua, faccio su e giù dalla collina, casa della nonna-convento-casa della nonna. Me ne vengo qua al convento la mattina tardi per scrivere, per tradurre e per studiare scrittura con i manuali della UEA, che non mi ha accettato al Master ma le voglio bene lo stesso. 

Il resto del tempo faccio passeggiate sui fianchi della collina, fotografo questa Sicilia verde, che mi fa un po’ strano perché l’ho sempre vista bruciata ad agosto.


Non sono da sola. Ho con me dei metaforici e pensati compagni di viaggio: Henry Thoreau, con il suo Walden, e Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé. 

E poi c’è con me tutto il paese, forse duemila anime, che in un modo o nell’altro mi vengono tutte parenti. Quando cammino per la strada, la gente mi ferma e mi chiede impunemente “tu chi sei”. Allora glielo spiego, che sono la figlia di Tanina, figlia di Angelina Rizzolo, quella che sta ni lu curtigliu, e figlia di Pino, ‘u prufessuri. E puntualmente si scopre che siamo parenti. O un modo in cui ci si conosce lo si trova comunque. 


Spero che come a Norwich e nello stravolgente viaggio in Sudamerica, riuscirò a essere costante anche con questo blog, per quest’avventura che non si sa bene cos’è, se una ricerca o una scoperta, se tutt’e due o tutt’altro.

Vi lascio con una citazione di Stephen King che mi è sempre piaciuta:

I dilettanti si siedono e aspettano l’ispirazione, il resto di noi si alza e va al lavoro.