martedì 28 gennaio 2020

Le sorgenti Patatrac a Rotorua

Premetto che sto scrivendo dopo essermi ripresa da un minishock tipo due ore fa. Lo shock per il quale ero convinta di avere un giorno in più a Rotorua e di aver quasi dimenticato che domani prendo l'aereo per Wellington.

Non è la prima volta che miscalcolo l'itinerario di un viaggio, dato che già dal momento in cui metto piede nella zona franca dell'aeroporto i concetti di tempo e calendario vanno a farsi friggere e io vivo un po' alla giornata, avendo una vaga idea di dove dormo solo perché il mio telefono è decisamente più organizzato di me.

Che poi, non scherziamo, io in organizzazione faccio paura, è che poi una volta pianificato il tutto commetto il madornale errore di fidarmi della mia memoria che, confessiamolo, da cinque anni a questa parte ha cominciato a perdere colpi (comincio a credere che entro il 2030 mi sarò scordata nomi e volti dei miei famigliari, le nozioni fondamentali di linguistica, e come ci si lava i denti). Il mio foglio Excel con tutte le date, i nomi degli hotel, gli indirizzi, il budget (che è una barzelletta, perché si sa che io spendo sempre il triplo di quello che mi prefiggo), è lì, su Google Fogli. E allora perché non lo apro? Perché non controllo?

Perché sotto sotto mi diverto a fare figure di merda come quella di oggi con la proprietaria cinese del B&B.

Lei: -- Domani lascia pure la chiave quando te ne vai.
Io: -- Ma io me ne vado dopodomani.
Lei: -- Eh, no.

Controllo sul benedetto foglio di calcolo. Eh sì, me ne vado domani, ed è domani che devo riportare la macchina all'autonoleggio, nonché prendere il volo per Wellington. Pensa se la tizia non me lo diceva, che grasse risate.

Tutto sommato poteva succedere un disastro, e non è successo. L'unico minuscolo inconveniente è che io per domani avevo programmato di andare a vedere il villaggio maori di Te Puia e poi svaccarmi alle terme polinesiane. Poco male: la mattina comunque ce l'avevo libera, quindi villaggio maori, e alle terme ci vado stasera.

Fatto questo excursus sulle mie microdisavventure poteva-essere-una-catastrofe-e-invece-non-lo-è-stata, parliamo un po' di Rotorua.

Situata sulla cornice di un lago estremamente rotondo, estremamente fangoso ed estremamente vulcanico, Rotorua puzza. Ma da morire. Puzza da porta dell'inferno, o da uova dimenticate nel bagagliaio della macchina da settimana scorsa. Che Rotorua fosse la zona geotermale più attiva del paese lo sapevo, ma dai volantini te la vendono come questo paradiso di vasche sulfuree, geyser, fanghi miracolosi, etc. Nessuno che menziona le uova marce o la presenza del Maligno. Chissà come mai.

Guidando nel reticolo urbano di Rotorua, chiaramente disegnato per confondermi o per allenarmi al peggio, intuisco che c'è un motivo per cui i locali la chiamano anche Rotovegas. Non tanto per i casinò, ma per le attrazioni. Uno va a Ravenna e pensa a Mirabilandia. Va a Rivolta d'Adda e c'è il Parco della Preistoria. A Peschiera del Garda passa per forza da Caneva. 

Immaginate una città che fa settantacinquemila abitanti (come Cinisello Balsamo, per intenderci) che ha Mirabilandia, Gardaland, il Parco della Preistoria, Caneva, Greenland (r.i.p.), e ci siamo capiti.

Tutte queste attrazioni sono disparatissime. Da un lato, ci sono quelle a che fare con la postazione geotermale del distretto, che giace su ettari ed ettari di fonti di acqua sulfurea. Dall'altro, ci sono villaggi maori, dove i visitatori possono assistere a spettacoli culturali e banchetti a tema. E poi ci sono le attività più fuori di tutte: lo zorb, i percorsi sugli alberi, le zipline, etc. Rotorua è un immenso parco di divertimento, nonché un gran buco nero per il vostro portafogli.

Detto ciò, con questo non voglio dire che tante di queste attrazioni non meritino. Soltanto che la sovrabbondanza rende difficile la scelta, soprattutto per chi passa a Rotorua solo per un giorno e mezzo (e non due e mezzo, come credeva la sottoscritta…). 

Da qualche parte, però, bisogna iniziare. E io inizio sugli alberi.

C'è questa Redwoods Tree Walks che salta fuori in parecchie guide, su TripAdvisor e all'ufficio informazioni, dove hanno una gigantografia di famiglie che percorrono questi ponti sospesi tra gli alberi. Mi sembra figo, e mi sembra ancora più figo che ci sia la possibilità di fare questo percorso di sera, quando gli alberi sono illuminati da un percorso di luce pensato apposta da un ecoartista. 

Così ieri sera, ancora abbastanza stravolta da Hobbiton e dai due viaggi in macchina della giornata (Thames-Matamata, Hobbiton-Rotorua), mi convinco a dargli un'opportunità. 


Sarà che forse ero davvero stanca, sarà che mi aspettavo qualcosa di più dal punto di vista artistico, io quest'esperienza non la rifarei. O, perlomeno, la rifarei di giorno. L'aspetto più deludente (ripeto, ero molto stanca) era la presenza di bambini di tutte le nazionalità strillanti e maleducati, e genitori abbastanza indifferenti. Il percorso aveva tutte le carte per risultare un'esperienza magica. Le lucine verdi che fanno sembrare la foresta invasa da lucciole, le lanterne giganti, le felci illuminate… non erano male, affatto. Ma quei quaranta minuti sospesa tra i ponti, fatti dondolare pericolosamente dai bambini, non me li sono goduti molto. Peccato.



Sul posto, però, c'è un ufficio informazioni che sta aperto fino alle undici, per cui ne approfitto per farmi consigliare su cosa fare mentre resto in zona. I laghi, le terme, i parchi geotermici e i villaggi maori.

Check, check, check e check.

Stamattina ci si sveglia di buon'ora per andare a Wai-O-Tapu (acque sacre), un'area geotermale a sud di Rotorua (a mezzoretta di strada tra le foreste, sulla quale cosa succede? Mi arriva una pietruzza sparata che mi smacca il parabrezza E il finestrino anteriore. Molto bene). Prima di lasciare la città, faccio colazione da Ciabatta Bakery, che ha un'ottima reputazione per i giusti motivi. Bretzel, ciambelle, pane appena sfornato, peccati di gola per tutti i livelli del girone dantesco.


Wai-O-Tapu è un percorso tra pozze geotermali e caldere. A dire la verità, non ho mai visto niente di simile, non essendo mai stata in Islanda o Yellowstone (yet) o in zone simili. Ne rimango incantata. Mentre mi aggiro intorno a pozzi in cui ribolle petrolio grezzo, o cammino su ponti che attraversano laghi dalla tavolozza multicolore, non faccio che ripetermi "pazzesco". E non ne posso fare a meno, anche a Waipu e sulla Coastal Walkway il mio cervello reagiva così, semplicemente ripetendo "pazzesco" nella testa, come a dire che se uno si sofferma troppo a cercare di interpretare la bellezza (sorry not sorry), c'è da diventare pazzi. 





Il percorso dura un'oretta e mezza. Stranamente, lo finisco molto più presto, e mi rimane tempo per andare a vedere il geyser, che erutta ogni giorno alle 10.15. Siccome io sono la persona più ingenua di questa terra, mi avvio a vedere questo Lady Knox Geyser facendomi tutte le congetture più strane sul perché mai un getto d'acqua dovesse eruttare tutti i giorni alla stessa ora. Da cosa può dipendere una ricorrenza così precisa? D'altra parte, non riuscivo a pensare a nessun altro fenomeno naturale così ferreo, a parte forse i cicli lunari.


La ricorrenza è la seguente: il geyser non erutta, ma viene fatto eruttare. Si rompe un po' la magia, e un po' sorrido al mio raro e prezioso momento di ingenuità. La verità è che vorrei averne di più di questi momenti, perché poco importa se poi la gente pensa che io sia una boccalona: l'ingenuità è una delle poche lenti che ci permettono di vedere la magia, tolta quella, rimane solo la cara e vecchia Elena basata sull'evidenza. E sai che palle.

L'eruzione del geyser è un po' anticlimatica, rispetto alla bellezza del parco. In ogni caso, sono più che contenta di essere andata a Wai-O-Tapu, perché chissà quando mai avrò l'opportunità di vedere qualcosa di simile (con ogni probabilità, domani).



Sono partita da casa così presto che alle undici e mezza ero già in macchina chiedendomi che cosa volessi fare del resto della giornata. Dato che il mio album di ricordi, che sto pazientemente costruendo con i vari ephemera che raccolgo durante il cammino, si sente un po' trascurato, mi prendo le due ore più calde della giornata per fare i miei lavoretti alla biblioteca di Rotorua, che è una Signora Biblioteca. 


Dopodiché, mi avvio per il pranzo sulla Eat Street, e mi rimangono un paio di orette pomeridiane per fare un po' di esplorazione e giustificare il gelato che vorrò mangiarmi per cena stasera. Sotto consiglio delle tizie dell'infopoint di ieri sera, vado a fare il percorso che circonda il lago Tikitapu, conosciuto anche come Blue Lake. Il cielo si è annuvolato, per cui forse il blu del lago non è blu come dovrebbe essere, ma a dire la verità sono contenta, perché mi sono un po' stufata di scarpinare sotto il sole cocente. Il sole è bello per fare il bagno, ma per esplorare anche no.




Il Blue Lake non delude affatto, anzi mi fa sentire come se facessi parte dei locali, gli unici visitatori del posto. Qualcuno griglia, qualcuno fa scubadiving, oppure guida le moto d'acqua. C'è una generale atmosfera allegra da domenica pomeriggio al Lago di Como, per farci capire. Raggiungo anche la piattaforma da cui si vedono entrambi i laghi, Tikitapu (Blue Lake) e Rotokakai (Green Lake). 



Finalmente posso prendermi un gelato, per cui ritorno in centro alla ricerca di "Gelato Mio". Speravo in un posticino artigianale, e invece trovo un bancone da più di trenta gusti, e pareti decorate con gatti di ogni foggia, stile e colore. Arredamento discutibile a parte (avrei voluto lavarmi gli occhi!), il gelato SPACCA. Io ho scelto Baileys e sciroppo d'acero, ma tra gli altri gusti c'erano anche pumpkin pie, cappuccino, avocado, mince pie, etc. etc.

Sono quasi le sei e io sinceramente vorrei già andare a letto, ma quando arrivo al B&B si svolge il dialogo di cui sopra in cui mi rendo conto di avere un giorno in meno e di dover rifare i miei piani.

Oh no, questo vuol dire che mi tocca andare alle terme polineasiane. Che seccatura.

No, va beh, scherzo, ci vado anzi di buon umore, visto che i muscoli indolenziti ne beneficeranno, così come la mia testa, annuvolata, chissà per quale motivo, tanto quanto il cielo sopra di me.

Alle terme mi trovo catapultata in Cina. Altro che terme polinesiane. Non c'è un europeo, neozelandese, maori o occidentale, neanche a cercarlo. Sono circondata da famiglie, coppie e gruppi di amici, tutti cinesi, tutti che fanno un casino colossale. Cerco di trovare la tranquillità dentro, perché è lì che si trova la vera tranquillità, no, ma il casino è tale che è impossibile tirare un attimo il respiro. Man mano che il sorge si abbassa sull'orizzonte, però, man mano cominciano a dileguarsi i gruppi più casinari, e le terme si tranquillizzano.

Mi godo la vista sullo strano lago estremamente rotondo, estremamente fangoso ed estremamente vulcanico, circondata dal crepuscolo. Leggo un po'. Sguazzo nelle sorgenti di 39, 40, 41 gradi, aspettandomi di trasformarmi in un uomo o in un panda da un momento all'altro. 



Non mi trasformo e la sorgente, per fortuna, non è fonte di guai. Però esco da lì con la testa un po' più leggera.





domenica 26 gennaio 2020

Party Business a Hobbiton

Eh be', e che è, uno si fa ventiquattro ore di volo per andare dall'altra parte del mondo e poi non va a visitare il set dove hanno girato il Signore degli Anelli?

Siamo Seri.

Mi prendo una mattina estremamente scialla, perché ho qualche ora di sonno da recuperare nonché una scadenza letteraria (anzi due) che mi preme. Resto al mio Comfy Breakaway mentre i proprietari Kelsie e Lance vanno una volata a Hamilton per riportare un libro dell'università al loro sbadato figlio che dopodomani ha un esame e il libro gli serve. (Siamo dall'altra parte del mondo, ma certi meccanismi famigliari non cambiano poi così tanto…)

Tappitappitappi fa la tastiera del mio portatilino mentre termino la roba a cui sto lavorando, la salvo e la invio a chi di dovere. Che bella la vita quando ci si può rilassare un attimo. Ho tempo, parto alle dieci per arrivare a Hobbiton con calma, tanto il tour inizia alle 13.25, inizia alle 13.25, o era all'una? Spè fammi controllare. 

Il tour inizia alle 12.05.

In dieci secondi, caccio tutti i miei averi nella valigia e nello zaino, che ficco nel bagagliaio e parto sparata. Molto bene, il navigatore non trova Hobbiton né la strada su cui questo si trova. Il telefono non prende.

Ok, io metto Matamata e poi quando arrivo là poi si vede. Mi dà un'ora di strada, sono le 10 e mezza, ce la posso fare. Vado sparatissima.

In strada non c'è un cane di nessuno. Mi ricordo solo alla pompa di benzina che oggi è Auckland Day, festa nazionale (almeno nell'isola del nord). 

Ritorno in strada, il limite è a 100 e a 100 si va. Se non fossi pericolosamente in ritardo, mi fermerei anche a guardare intorno a me, perché da quello che intravedo con la coda dell'occhio il panorama è spettacolare. Sono già nel Signore degli Anelli, anche se ci sono trenta gradi e io non me ne rendo conto.

Arrivata nei pressi di Matamata, riprovo con Google Maps, che trova l'indirizzo ma mi dà un'altra mezzora di strada. Sono le 11.30. Mi viene da piangere, non ce la farò mai.

Allora acchiappo il telefono e chiamo Hobbiton. Mi invento una scusa e imploro se possono trovarmi un posto nel tour successivo delle 13.25.

No problem.

Relax. Mi godo il viaggio ascoltando Harry Potter e, indovinate, arrivo a Hobbiton con largo anticipo, alle 11.55. Ce l'avrei anche fatta eh, ma ormai ho fatto cambiare e sinceramente preferisco prendermela comoda.

Mi fanno sapere che, al contrario del mio tour di prima, inizieremo la visita con il pranzo e poi con il tour. Eh sì, non ho resistito al biglietto che includeva anche il banchetto da hobbit, perché avevo proprio voglia di un'esperienza immersiva. Il banchetto degli hobbit è stato… un po' anticlimatico. Se vogliamo dirla tutta, penso che il catering di Hobbiton abbia parecchio da imparare dai ragazzi della Locanda della Contea. Insalate miste, couscous, pasta al pesto (wtf?!), coscette di pollo, patate arrosto, arrosto di agnello e di manzo, crocchette di pesce e dolciumi vari sono più le portate di una mensa aziendale o universitaria (buona eh, per carità, non una mensa inglese, una italiana) che un banchetto da hobbit. Ma che volete che vi dica, se non l'avessi provato mi sarebbe rimasto il mito pantagruelico e non sia mai che io me ne vada da questo paese con qualche "ah, se solo avessi…".


L'organizzazione del set invece è impeccabile. Pullman carichi di trenta persone alla volta partono ogni quarto d'ora. Ogni gruppo ha la sua guida, sul set non si cazzeggia a caso ma si segue una tabella di marcia svizzera, per cui ogni gruppo sosta davanti a un hobbit hole o a un altro punto di interesse, e ci si muove tutti in sincronia a quindici minuti di distanza.

Io questa cosa l'apprezzo tantissimo. Siamo centinaia, ma l'organizzazione del tour è tale che abbiamo il tempo e lo spazio di guardarci intorno per bene e ascoltare gli aneddoti della guida.

Sul set devo dire che sono rimasta a bocca aperta. Non so cosa mi aspettassi in realtà. Anzi, un po' sì, mi aspettavo un'esperienza troppo costosa per quello che poi ti lascia (forse abituata alle attrazioni turistiche inglesi, tutto fumo e niente ciccia), e invece mi sono ricreduta. A parte il minimo inconveniente di avere il sole in testa e tutte le case degli hobbit controluce (che nervi), il giro è piacevole. A ogni hobbit hole ci si ferma e la guida racconta un po' in che scena appare di quale film, e sono contenta di aver rivisto la trilogia abbastanza recentemente da ricordarmi tutto. 

Vediamo la casa di Bilbo e Frodo, e le sedie sulle quali sono seduti a guardare il tramonto (fun fact: in realtà è un'alba filmata al contrario, per esigenze di set, parliamone). Passiamo davanti all'albero sotto il quale Frodo accusa Gandalf di essere in ritardo e questi risponde: "Uno stregone non è mai in ritardo, Frodo Baggins. Né in anticipo. Arriva precisamente quando intende farlo." Avendo ascoltato questa battuta dalla voce di Ian McKellen stesso poco meno di tre mesi fa, un po' mi vengono i brividi.



Vediamo anche il tendone sotto il quale Bilbo pronuncia il suo arzigogolato discorso alla festa di compleanno, poco prima che Merry e Pippin facciano esplodere il drago pirotecnico di Gandalf.


La cosa che mi stupisce di più in assoluto è il livello di dettaglio per cui l'esterno di ogni casa (interni non ce ne sono da visitare, purtroppo) è decorato in base al mestiere dell'hobbit che la abita. Per cui la casa del fornaio, dell'apicoltore e del taglialegna avranno dettagli che ricordano la loro professione sugli stipiti, le cassette della posta, le staccionate...





Sulla trilogia de Lo Hobbit, invece non sono affatto ferrata, avendo visto solo il primo -- ma la scena iniziale me la ricordo bene, quella di Martin Freeman che pensa di essersi svegliato in ritardo, correndo fuori di casa come un forsennato (vi ricorda qualcuno?) rispondendo a chi lo interroga:

I'M GOING ON AN ADVENTURE!


Ed è un po' il mantra di questo viaggio in Nuova Zelanda, anzi, a dirla tutta, è il mantra della prossima decade, quella 2020-2030, visto che la mia precedente avventura si è conclusa abbastanza male e prematuramente.

E dato che vorrei mantenere fede alla parola data, concludo abbastanza in fretta questo post perché anche io sto per partire di nuovo all'avventura, alla volta di Rotorua, dove mi aspetta qualcosa di decisamente nuovo e diverso da quanto visto e provato finora.

I'm going on an adventure!


La Coastal Walkway, difficoltà: media. Ok. (Coromandel 3/3)

Quando uno parla di specie dominante per riferirsi all'essere umano, già parte male. Si tende a ignorare, per correttezza politica, che gli esseri umani non sono tutti uguali. Prima che pensiate che io abbia preso tendenze radicali alla Dumbledore e Grindelwald (for the greater good) vado diretta al punto di questo post, che vuole trattare di una subspecie degli homo sapiens.

L'escursionista. (Excursionista neozelandensis o alpinensis)


Ora, io, con tutta la conoscenza di biologia di una che ha fatto scienze della natura per due anni con una professoressa abbastanza hippie, mi rifiuto di credere che questi superuomini e superdonne e la sottoscritta condividano lo stesso patrimonio genetico. Più che altro lo dico per loro, eh. 


Mi inchino alla superiorità di questa specie, di cui ho avuto modo di incontrare diversi esemplari (ma non tanti!) durante l'escursione di oggi, sulla Coromandel Coastal Walkway.

Partiamo con ordine e diciamo che 1) la penisola del Coromandel (della quale, come avrete notato, ripeto il nome all'infinito per la pura ragione che mi piace come suona, un po' come Kasarhérou e escaquearse) si dilunga ben oltre il giro che ho fatto ieri, in una zona che è proibita dagli autonoleggi per via delle strade pericolose; e 2) per accedere a questa zona bisogna avvalersi di una guida (oppure possedere una jeep), e le compagnie locali sono due, Discover Coromandel e Coromandel Adventures.

Lasciando la scelta al caso, prenoto con la prima che risponde alla mia email, Coromandel Adventures. Ottime recensioni e mi pare di capire che i gruppi sono piccoli.



Siamo in cinque. Una coppia di americani, una coppia di tedeschi, e io. Più l'autista/guida, un quarantenne mezzo maori con un nome che più mainstream di così non si può (Steve). Steve fa spaccare dal ridere. Ha una vitalità che alle nove del mattino è quasi un'eresia, ma si fa perdonare semplicemente con la sua disposizione solare e la sua conoscenza illimitata del territorio e della lingua.

Dopo neanche mezz'ora sul minibus, ha già tirato fuori miti, leggende, traduzioni di toponimi maori (puro estetismo alle mie orecchie) e chiesto a tutti qual è il nostro gusto di gelato preferito (ho detto caffè, ma in realtà è la liquirizia). Steve fa qualche sosta lungo la strada non solo per buttarci lì a scattare qualche fotografia, ma per raccontare le cose davvero più interessanti: la corsa all'oro, la deforestazione, l'arrivo in massa degli hippie negli anni '60 e la loro grandiosa opera di rimboschimento, le malattie degli immensi kauri (ragion per cui a ogni parco nazionale mi è stato chiesto di spazzolare le suole delle scarpe e spruzzare un disinfettante contro la malattia kauri dieback, che impedisce ai poveri alberi di estrarre acqua e nutrienti dal suolo.

L'itinerario previsto è il seguente: si parte da Coromandel Town alle 9 (a un'ora e un quarto da dove sto io), si guida fino a un capo della Coastal Walkway, Stony Bay, e poi lui ci viene a riprendere a Fletcher Bay, l'altro capo, quattro ore dopo.


La camminata, ci assicura, dura tre ore e mezza nel peggiore dei casi.


Ha!


Questi non hanno ancora avuto l'onore di conoscere il peggiore dei casi.

Le mie incapacità sportive sono leggendarie. Arrivata penultima su un centinaio di studenti delle medie alla corsa campestre per due anni di fila; realizzato il peggior punteggio della classe su maratona, sprint e ostacoli negli esami di educazione fisica alle superiori; finita in fondo alla fila di qualsiasi escursione delle poche alle quali mi hanno sottoposto durante gli anni (vaghi ricordi di gite in montagna con l'oratorio, un percorso di leadership sul Resegone in compagnia di quei fulminati del Rotaract di Milano... don't ask; perfino sugli educati rilievi scozzesi arrivavo a tenermi la milza). Un curriculum di un certo rispetto.

Ora, prima che vengano a rompermi i coglioni con la storia del "eh ma certo se non sei allenata..." etc., vorrei puntualizzare che: 1) che ci crediate o no, in diversi punti della mia vita io sono stata allenata. Ero una ginnasta, for god's sake. 2) Ho osservato diversi conoscenti (coi quali, chissà perché, non ero poi così tanto amica) passare l'intero anno scolastico sdraiati sul divano, divorando Nutella a cucchiaiate, mangiando schifezze dal McDonald una volta alla settimana, e non facendo neanche l'ombra di uno sforzo per mesi, sprintare in cima al Monte Rosa senza neanche produrre una goccia di sudore, oppure vincere la corsa campestre quando l'occasione lo richiedeva.

Come è chiaro a chi legge, non nutro assolutamente alcun tipo di risentimento per questa sottospecie di criminali genetici. (!) Tanto non è di loro che stiamo parlando.


Stiamo parlando invece di semidivinità che solcano il sentiero della Coastal Walkway, gli uomini portando gli zaini e le donne usando le racchette. Pelle abbronzata, peli biondi sulla braccia, tratti fisionomici da fare arrossire chi guarda. Sempre sorridenti. 

Parlano del più e del meno, loro, come se quella camminata di tre ore e mezza, forse meno, richieda loro lo stesso sforzo di cambiare canale o aprire e chiudere un barattolo di Nutella (ogni riferimento, etc.). Ma non è così.

Lasciatemi dire, intanto, che non solo la guida aveva una visione abbastanza ottimistica dei miei tempi di arrivo, ma anche i vari cartelli disseminati sul sentiero.


"Il prossimo belvedere: 1h". Eh, no, Un'ora passa e il belvedere io lo vedo col binocolo.


"Poley Beach, 1 min; Fletcher Bay, 1h." La spiaggia la vedo dopo un quarto d'ora. La baia di arrivo lasciamo perdere.


Ed è proprio Poley Beach che in fondo ha rovinato tutto, perché, honest to god, io fino a un certo punto me la stavo cavando alla grande. Volontariamente senza musica nelle orecchie, solo ed esclusivamente in compagnia dei pensieri della sottoscritta, per la prima ora del sentiero avevo marciato speranzosamente, ricambiando il saluto degli escursionisti, una pratica che quasi mi fa sentire di appartenere a una gang (immagina poi se uno fa il paragone con gli inglesi, che fanno fatica a darsi il buongiorno tra colleghi, amici e parenti, figuriamoci con dei completi sconosciuti). 

Ammetto che per la prima ora ero addirittura arrivata a dirmi "tutto qui?". Un paio di ragazze dal naso bruciato e il pantaloncino che più corto di così diventa una presina passano il tempo a giocare a I Spy with My Little Eye, che è un po' nostro bastimento carico carico di.

Io spio, con l'occhietto mio… una cosa che inizia per "f".

Felci. Felci ovunque. Non c'è da stupirsi se l'hanno pure messa sulla bandiera nazionale, dato che gli neozelandesi vivono circondati dalle felci (non mi lamento affatto, anzi: a me le felci piacciono e fanno una gradevole ombra, ben accolta coi trenta gradi di oggi sotto il buco dell'ozono).




Cammino tra le felci per più di un'ora e non succede niente. A un'ora e tre quarti, solo un quarto d'ora in ritardo sulla tabella di marcia, arrivo al primo belvedere. Salire è una bella sfida, e ne consegue che la mia bottiglietta d'acqua si svuota pericolosamente in fretta e fontane non ce ne sono. Godendo del paesaggio finché posso, ne approfitto per consumare il mio pranzo, che consiste in una spiaccicata barretta ai cereali, miele, semi vari e indistinguibile frutta secca.




Avendo cura di non dislocarmi un ginocchio o una caviglia, scendo al sentiero principale, e, passate le felci, finalmente cominciano i paesaggi da "location cinematografica" come promesso dalla brochure e da Steve, che con accento neozelandese promette che "you're gonna have a wonderful time".






Sulle location non ce n'è niente da dire, difficilmente ho visto posti più belli di questi e vedute così isolate dalla civilizzazione. I promontori, gli scogli, sono così vicini da poterli toccare. Sul wonderful time...

Inizia una discesa, ma non mi faccio ingannare perché so che siamo a due ore e mezza dalla spiaggia di arrivo per cui guardo abbastanza con sospetto il lungo sentiero davanti a me. Ecco il famoso cartello "Poley Beach, 1 min". Vedo la caletta che penso sia Poley Beach, ma non trovo il sentiero di ingresso. Giro un po' a vuoto, mi lascio prendere dallo sconforto (e non ho ancora visto niente). Un excursionista si ferma a chiacchierare (la moglie, invece, a riprendere fiato); è uno che non ha mai fatto questa particolare camminate ma è un gran fan del bush. 

Io pensavo che il bush fosse l'entroterra australiano (da vaghe reminiscenze geografiche), ma deduco che intenda qualsiasi paesaggio o sentiero immerso nella natura. Dice che il bush fa bene al cuore e fa bene all'anima.

All'anima, ripeto io nella testa, ma suona più come un'imprecazione.

Morale, Poley Beach non l'ho più vista, ma sono sicura di essere sul sentiero giusto del ritorno (almeno quello!), perché comincia a rialzarsi. E qui è quando io muoio. 

Impossibile ricordare tutto quello che mi è passato nella testa nell'eternità (mezzora) che ho passato a trascinarmi lungo la salita (ah, e ci terrei a ricordare che fa un caldo che neanche la Valle dei Templi a Ferragosto). Immagino di aver creato diversi scenari, tipo io che chiamo l'111 e mi faccio venire a prendere in elicottero, a causa di un malore. Mi vengono in mente tutte le discussioni che non ho mai avuto il coraggio di avere, tutti i "fai quel cazzo che vuoi" che mi sono tenuta dentro, tutte le delusioni e le rotture più o meno dall'asilo a un mese fa.

Ma sopravvivo, eh (regola numero uno, ricordiamo). Arrivo alla fine della salita e al prossimo cartello, che indica che c'è ancora un'ora alla fine del percorso (sì, come no). Ma non mi posso lamentare, perché è abbastanza in piano, anche se in pieno sole e io non ho più acqua. Un paio di semidivinità next level mi superano facendo jogging. Non li mando a cagare solo perché sono a corto di fiato. L'ultimo pezzo lo faccio quasi di corsa pure io perché un calabrone impazzito si è infatuato della mia bandana.

Ma la vista è questa qui.






Steve ci aspetta alla baia di arrivo, gli americani sono già lì, la coppia di tedeschi ancora non è arrivata. Non mi faccio illusioni: si saranno fermati a prendere il sole o a sguazzare a Poley Beach, come avrei fatto io se avessi trovato il sentiero. Spiritualmente, sono ancora l'ultima della classe.

Steve ci serve tè e biscotti e ci lascia pucciare i piedi a Fletcher's Bay, promettendoci una spiaggia ancora più bella a tre chilometri di distanza, e possiamo scegliere (thank god) di andarci a piedi con una scalinata di centocinquanta scalini e un sentiero assolato con vista sul paradiso (e ok) oppure di farci portare da lui e risparmiarci un'ora di camminata, che possiamo dedicare allo sguazzo o, se preferiamo, alla meditazione.

Che cos'avrò mai scelto di fare?



Prima di arrivare a Cape Colville, Steve fa un'ultima, brevissima sosta nel punto panoramico più a nord del Coromandel, e ringrazio il divino buonsenso che mi ha fatto scegliere Coromandel Adventures al posto che infilarmi in gran pasticcio con la macchina in questa zona selvaggia.




Oh, mi sono divertita.




sabato 25 gennaio 2020

...All the Difference (Coromandel 2/3)

Sento la necessità di prendere un attimo il respiro, perché non voglio che questo blog diventi l'ennesimo compito sulla mia inarrestabile lista delle cose da fare. Però questo post lo devo scrivere adesso, quando la pelle brucia ancora a un'ora dal tramonto e i ricordi di questa giornata sono ancora multisensoriali e non ridotti a un bozzetto acquerellato privo di suoni e di odori.

Chiedo scusa in anticipo se divagherò, ignorerò qualsiasi norma narrativa riguardo ordine cronologico, trama e intreccio, e se ciò che ne risulterà sarà in fondo una sequenza di luoghi, anzi Luoghi (in contrapposizione ai non-luoghi di Augé) e riflessioni vagamente postuniversitarie.

Inizio con una citazione-definizione, come si iniziano i temi di italiano che già sappiamo non prenderanno più di sette (il sopracciglio del professore si alza alla prima menzione dello Zanichelli, e sospira al chiudersi i caporali della cit.):

«La penisola di Coromandel (Te Tara-o-te-ika-o-Māui in lingua māori) è una penisola montagnosa protesa per 85 chilometri nell'oceano Pacifico situata nel nord-ovest dell'Isola del Nord della Nuova Zelanda.»


Coromandel, lo ripeto nella mente ogni volta cambiando l'accento e l'inflessione a scimmiottare quella neozelandese o prendere per il culo quella britannica. 

/ˌkɒrəˈmand(ə)l/ Coromandel
/ˌkɒrəmanˈdɛl/Coromandel

Solo la ricerca etimologica restituisce tutta la carica relazionale che Augé definisce indispensabile per fare di un luogo un Luogo (non cit., qui sono io che interpreto a ruota libera): prende il nome da una nave (come tanti altri luoghi qui in NZ, e.g. Miranda), la HMS Coromandel, che a sua volta prende il nome da una costa indiana, così trascritta dagli esploratori portoghesi che non conoscevano il nome originale, Cholamandalam o Kurumandalam (terra dei Chola/regno dei Kuru, a seconda di a chi volete credere).

Dei portoghesi e l'India ho pronta una citazione di Tabucchi, che li conferma come degli esploratori intolleranti e fanatici, ma che "probabilmente per la prima volta concepirono il cosmo come un'idea terribile e assurda e capirono di essere stupidi, limitati e ottimisti".

E qui, nella Penisola del Coromandel, non si può che sentirsi stupidi, limitati e ottimisti. 

Stupidi e limitati perché pare che la comprensione della bellezza sia anche una dote intellettiva, la cui mancanza o inadeguatezza rivela un limite personale. Ottimisti perché ci lasciamo la penisola alle spalle nella convinzione di essersela goduta, di aver guidato, camminato, fotografato il più possibile, ignorando quel sussurro proveniente dalla terra stessa che insiste affermando che non abbiamo capito niente.


Non so che cos'abbia di strano questo luogo, forse le difficoltà delle strade, tortuose e alte, a bordo del precipizio, o strette e scoscese, o la drammaticità del paesaggio che cambia a ogni curva, ma ritorno a casa con il presentimento che mi sia sfuggito qualcosa, che abbia mancato, come si manca un'uscita in autostrada, il Paesaggio Fondamentale, il pezzo finale del puzzle che è, in fondo, un luogo come un altro. 

Eppure ho cercato di abbracciarla e forse mi sono spinta davvero al limite delle mie capacità, completando una spedizione di tredici ore (dalle sette e mezza di questa mattina al tramonto) e spuntando, una dopo l'altra, TUTTE le caselle della mia lista di sfide personali che hanno a che fare con la guida. Sono partita questa mattina con un po' di malessere, come se sapessi già che tanto non sarei riuscita a vedere tutto quello che avrei voluto vedere, ma sono riuscita a sorprendermi lo stesso.

Ho puntato al punto più a nord che potessi raggiungere senza oltrepassare il limite imposto dall'autonoleggio, che non offre assicurazione sulle strade sterrate del nord della penisola (su questo punto ci tornerò dopo). Non solo a nord, ma a est, perché da quanto si evince in praticamente ogni guida o blog di viaggio, la real stuff sta a est, diametralmente opposta a Thames, il mio quartiere generale.

Allora affronto la mia prima tratta, da Thames a Whangapoua, luogo un po' scelto a caso perché vicino alla New Chum Beach, una spiaggia seclusa che si raggiunge solo a piedi attraverso una baia, camminando in parte su un promontorio di scogli. Sono quasi due ore, mica l'oretta e venti promessa da Google Maps, perché non tiene conto dei tornanti, delle strade sull'orlo del precipizio, e dei gipponi con rimorchio che ti intimano a spostarti su una delle piazzole per non impedire la loro corsa a 100 km/h. 

Arrivo alla baia poco prima delle dieci, e ci vuole mezzora di scarpinata sulle rocce per arrivare alla spiaggia, a quell'ora quasi deserta (c'è giusto una coppia e un gruppetto di giovani). Mi fermo, prendo il fiato, scatto foto. Mi siedo a prendere appunti perché c'è un'altra "commissione" (una che ha una scadenza, il trentuno gennaio) che mi preme e non ho più scuse per rimandare. Assorbo la tranquillità sapendo che tra poco la spiaggia si riempirà e mi toccherà andare.





Ma al posto della tranquillità, complice quelle note di scrittura automatica sulla Sicilia, germoglia la saudade, e qui mi incazzo un po' perché non è neanche mezzogiorno e in che stato arrivo al tramonto se già sono in pieno stato emotivo per cui né l'italiano né l'inglese hanno parole, ma il portoghese e il giapponese sì (mono no aware).

(soste panoramiche nel tragitto)

Ritornando indietro, mi convinco che forse mettere qualcosa nello stomaco può aiutare a distrarmi dalle mie tristi sensazioni, e mi fermo nell'assurda Whitianga, forse quanto di più distante dall'idea che mi ero fatta del Coromandel -- un insediamento puramente commerciale,  affollato di turisti non credere (l'unica spiegazione possibile è che siano tutti lì per mangiare). Mi fermo giusto un'ora, il tempo di un'omelette a spinaci e salmone in un deli francese dal nome e l'aspetto un po' pretenzioso French Fig. Il pranzo merita, e il resto del tempo nel café lo scelgo di dedicare alla lettura (Big Magic, Liz Gilbert) e alla digestione, lontano dal sole cocente.

Mi rimetto in viaggio, seguendo stavolta il gregge, verso i due luoghi più iconici e assolutamente imperdibili della penisola: Cathedral Cove e Hot Water Beach.

Mezzora di macchina, più dieci minuti di navetta fino all'inizio di un sentiero che in soli quaranta minuti porta a Cathedral Cove. Venduta benissimo, fino a che non ci si rende conto che (scegli l'opzione esatta):

a) Mi sono dimenticata di pagare il parcheggio, per cui parto con l'ansia che troverò una multa al mio ritorno
b) Ho lasciato l'acqua in macchina e ci sono trenta gradi e zero chioschi
c) Il sentiero è un saliscendi scosceso che termina con centosessanta scalini che mi aspettano al ritorno
d) All of the above

Insomma, con la disidratazione e il caldo, per non parlare dell'affollamento ai limiti dell'assurdo (seriamente, non ho idea di quante famiglie con tre o più figli ho visto percorrere il sentiero, e quanti genitori con figli e borse frigo in spalla, mentre io mi tenevo la milza ansimando come Bellosguardo quando duella contro il pilastro di legno alla corte del principe Giovanni), non è che Cathedral Cove mi faccia cadere la mascella. Un po' un rischio dei luoghi inflazionati, ma il rischio opposto è sempre quello di evitare e rimanere col dubbio per tutta la vita.




(E il parcheggio? Era gratis.)

Hot Water Beach è già meglio, anche se non posso dire di aver provato l'esperienza che dà il nome alla spiaggia, quella di spalare buche nella sabbia per fare emergere le sorgenti di acqua termale (a 45-60° vorrei fare notare) come gran parte dei turisti che sono lì. Diciamo che ero incuriosita dal fenomeno, ma ho preso la spiaggia per una spiaggia come tante e mi sono dedicata a farmi maltrattare un po' dai cavalloni giganti, rinfrescandomi dopo le gran scarpinate/corse in auto della giornata.


Ridendo e scherzando si sono fatte le cinque e mezza, e mi dispiace ritornare indietro così presto perché so che una volta a casa, dopo la doccia, smetterò di funzionare e sarò tentata dal letto, scombussolando poi il mio ritmo circadiano (che per me è sempre stato più circassiano). Sfoglio velocemente la Lonely Planet e scelgo un punto sulla mappa segnalato come di interesse, cosciente che questo può voler dire tutto e niente.

Una scommessa con una posta in gioco mica da ridere, dato che Opoutere è a un'altra ora di distanza e il sole sta cominciando a scendere. Ma, come scrive Tabucchi, che mi accompagna fedele:

Il canto delle sirene può essere fatale ma non ascoltarlo è da pavidi, quando si è davvero in viaggio. 

Sono felice di aver lasciato che un autore passato a miglior vita non da troppo tempo abbia deciso per me. Anzi, quando intraprendo l'ennesimo sentiero che attraversa una palude e una pineta, il cui profumo di resina mi riporta di nuovo alla Sicilia (ora sì che la saudade di questa mattina acquista un senso, forse era un segnale dell'universo, un avvertimento che mi preparava alla saudade vera e propria, quella che colpisce con maggiore intensità all'ora del tramonto), mi vengono in mente quei versi di Robert Frost, forse un po' cliché, ma non decido io quale Poeta Morto si presenta, non convocato, nella testa:

[…]
I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I—
I took the one less traveled by,
And that has made… 






ALL the difference.